• nov
    16
    2018

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Napalm

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Peccato. Già, peccato davvero che con tutto questo battage – giustificato – intorno alla reunion, il primo disco dei redivivi Smashing Pumpkins con tre quarti della formazione originale (manca giusto D’Arcy come avrete avuto modo di sapere) sia una mezza delusione – anche tre quarti e anche piuttosto annunciata. Può rientrare tranquillamente tra i misteri e i capricci della vita il fatto che un artista perda il tocco magico se non proprio la trebisonda da un certo punto in poi – perché un Wong Kar-Wai non faccia più un bel film o un Billy Corgan da genio diventi quasi patetico, ahilui (e ahinoi). È insomma tra le cose a cui, forse per empatia, non si riesce a dare una spiegazione. Possibile che Billy abbia perso qualcosa e non ci sia più verso di recuperarlo? Si è possibile. La cocciutaggine con cui si ostina a voler rinverdire i fasti della sua creatura è in compenso ammirevole – un accanimento che davvero meriterebbe ben altri risultati compositivi.

Perché la cosa che sorprende, purtroppo in negativo, di questo nuovo album è che sembra addirittura un passo indietro e rispetto a Monuments to an Elegy, che aveva brani più intriganti e gli sta davanti per brio e grinta (come si potrebbe dire anche dello stesso Oceania). Le avvisaglie del resto non erano delle migliori e non lo sono nemmeno quando parte, Shiny and Oh So Bright, Vol. 1, con la già nota Knights of Malta. Non è tanto la sviolinata mélo – ché i violoncelli di Disarm li abbiamo tutti nel cuore – ma quel retrogusto persistente di Oasis di cui avremmo fatto volentieri a meno. Meglio va con gli altri due antipasti già masticati in questi mesi, se non altro perché l’eco è degli Smashing stessi: Solara è una Bullet with Butterfly Wings con meno rabbia e nerbo, Silvery Sometimes (Ghosts), che con la sua wavettina emozionale si fa preferire agli altri pezzi, è una I of the Mourning con meno strappi. Regolare appunto, quando il bello dei Pumpkins era proprio nel rock e nel melodismo oversize, che qui curiosamente manca. Travels ha anche una linea melodica che ai tempi belli Corgan e i suoi sodali avrebbero tempestato di crescendo e qui rimane curiosamente piatta, non decolla mai veramente: i tamburi di Chamberlin, il propulsore ritmico e azzarderemmo anche musicale dei primi tre album, dove il tiro del drumming è a tratti entusiasmante, sono decisamente sottoutilizzati (e per far “lievitare” proprio Travels sono stati scelti dei synth tutt’altro che irresistibili). Quando invece si va all’assalto (Marchin’ On e Seek And You Shall Destroy), ecco un metal che somiglia a un power pop taroccato. Mmmhhh.

Siamo forse severi, ma lo standard del miglior Corgan è ben altro rispetto a un album che scivola via senza grandi sussulti, né in positivo né in negativo (in negativo forse proprio Knights of Malta). Ancora più sconsolante, un musicista così ambizioso assuefatto alla mediocrità (a cui molti nemmeno arrivano, questo però è un altro discorso). Siamo severi, ribadiamo, e la sapida stroncatura brucia, pure: nessuno attendeva un nuovo Siamese Dream o un Mellon Collie…. Qualcosa di più rispetto agli ultimi lavori, quello, sì, sarebbe stato lecito forse aspettarselo. Forse.

15 Novembre 2018
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