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L’adolescenza è una stanza in penombra chiusa a chiave. Poster appesi alle pareti, locandine di concerti a cui non siamo andati, caterve di libri di scuola, cd a perdita d’occhio. E quaderni pieni zeppi di parole, una chitarra che un giorno appenderemo al chiodo, canzoni imbarazzanti scopiazzate in giro che nessuno ascolterà mai. L’adolescenza è quasi sempre un disco scoperto per caso, un testo imparato a memoria con le parole storpiate, una voce talmente familiare che sembra parlare a te, e te soltanto. L’adolescenza è un nervo scoperto.

Esistono degli album che sono impregnati di un tempo tutto loro, e che a distanza di anni continuano ad essere possibili solo e unicamente se pensati in quel tempo specifico: il momento in cui li abbiamo ascoltati. Dopo, continuano a vivere di vita propria in una prodigiosa frattura diacronica: diventano una specie di portale capace di trasportarci, anche a distanza di ere, in quello stesso esatto momento.

Per molti di noi, Siamese Dream, il secondo disco degli Smashing Pumpkins, uscito il 27 luglio di quel 1993 affollato di jeans strappati, camicioni a quadri e capolavori grunge, rappresenta esattamente questo: il ricordo indelebile di un tempo perduto.

Dopo l’esordio anomalo e inquieto di Gish, con quel sound opulento e ibrido, indie nel senso più fedele al suo significato letterale (uscito per la Caroline Records, è uno dei grandi successi della discografia indipendente), nel 1993 Billy Corgan e soci vengono traghettati (come molti sodali di quella scena) nel magico mondo delle major: la band è scritturata dalla Hut, collegata alla Virgin, e comincia a registrare il secondo album con l’intento preciso di “infuocare il mondo intero”. Butch Vig, assoldato come produttore, viene costretto a turni di lavoro estenuanti: il despota Corgan non fa sconti né a lui, né alla band (funestata da un ménage a dir poco problematico, tra i postumi della rottura sentimentale tra il chitarrista James Iha e la bassista D’arcy Wretzky, e le frequenti crisi di astinenza del batterista Jimmy Chamberlin), né tantomeno a sé stesso, a sua volta afflitto in quei mesi da una pesante depressione. È noto infatti che, alla luce delle evidenti difficoltà della band, si fosse incaricato di suonare in prima persona numerose parti di chitarra e di basso non sue, allo scopo di ottenere l’esatta espressione del suono voluto. Sedici ore al giorno, a fasi alterne tra il dicembre 1992 e il marzo 1993, per produrre quello che sarebbe diventato un capitolo a sé degli anni ’90, un disco-manifesto destinato a restare un casus emblematico nella storia della musica alternativa del XX secolo: il “poster dell’America disfunzionale”, secondo le parole di David Fricke di RS, una dichiarazione di non-allineamento, una specie di gioiello antisistema (indie o major che fosse). Nevermind (1991), il grunge di Seattle e la X Generation più allargata che si era fatta infinocchiare da Singles (1992) avevano letteralmente fagocitato la scena, acquisendo un primato commerciale inesorabile con la propria attitudine punk a uso e consumo delle masse, che cozzava palesemente col gusto più ricercato degli Smashing Pumpkins, con quell’accentuata e autoreferenziale attitudine melodica che non a caso farà dire a Kim Gordon, nella sua autobiografia Girl in a Band, che Billy Corgan non piaceva a nessuno “because he was such a crybaby, and Smashing Pumpkins took themselves way too seriously, and were in no way punk rock“.

Ogni traccia di Siamese Dream, con le sue sfumature ora rabbiose, ora malinconiche, ora di una tenerezza disarmante e feroce – tutte perfettamente declinate nel suono, nella voce e nelle parole – costituisce il distillato lucidissimo e sapiente di una giovinezza inquieta messa a nudo, posta alle soglie dell’età adulta: vi si rintraccia il senso doloroso della perdita dell’innocenza e, contemporaneamente, lo scorrere inesorabile di un desiderio di vita, di affermazione e di riscatto. Quello stesso riscatto che William Patrick Corgan esigeva a gran voce, continuando imperterrito a seguire la sua rotta ostinata, accettando a fatica di non essere riconosciuto come il più bravo di tutti ma sapendo intimamente di esserlo, e per giunta non facendone alcun mistero.

La roboante apertura di Cherub Rock (voluta fortemente da Corgan come primo singolo, con buona pace dei dirigenti della Virgin che avrebbero preferito Today – accontentati solo in seconda battuta), è una critica neanche troppo velata agli hipper-than-thou di New York City e ad uno showbiz già percepito come circo sensazionalistico e mercificatorio: “Who wants honey? As long as there’s some money”. A seguire, il subbuglio demoniaco di Quiet, dove tutto, persino l’assolo di chitarra, sembra un urlo scomposto e disperato.

Il suono spurio e inconfondibile di Siamese Dream si fa strada canzone dopo canzone, divenendo preponderante: il basso ipnotico e potente, i virtuosismi iconoclasti delle chitarre, che oscillano tra hard rock, prog e psichedelia, il vigore selvaggio eppure minuzioso e geometrico della batteria. Ma su tutto si staglia ineluttabile la voce efebica, disturbante e spietata di Corgan, che grida disinganno (Hummer), rimpianto (Rocket, Disarm, Mayonaise), cinismo (Geek U.S.A., Silverfuck), e che talvolta si ammansisce e diventa lamento sognante ed estatico (Sweet Sweet, Luna). Today è il riff che nessuno dimentica (assieme all’iconico video con Billy gelataio): non a caso, il magazine Blender la descrisse come una canzone capace di definire la propria generazione, rispecchiando perfettamente il senso di alienazione della gioventù americana negli anni ’90.

L’amore sognato, vissuto e perduto (secondo Courtney Love – sdegnosamente smentita dal diretto interessato – tutte le canzoni, eccetto Spaceboy, dedicata al fratello di Corgan affetto dalla sindrome di Tourette, sarebbero state la conseguenza del loro “secret affair“), il ricordo di un tempo andato, forse neanche mai esistito, mancanze, angosce e smarrimenti: Siamese Dream è un disco che pulsa di vita. E sebbene la consacrazione mainstream sarebbe arrivata col singolo strappalacrime Disarm – brano che fu censurato da Top of the Pops per il verso “cut that little child”, in riferimento sia agli abusi subiti da bambino sia al tentativo del cantante di togliersi la vita – Siamese Dream è, dall’inizio alla fine, un racconto instancabile e aspirazionale di promesse e grandi speranze. Persino nei suoi momenti più cupi (come nel capolavoro lisergico Soma, o nel flusso di coscienza dominato da caos e nichilismo di Quiet), riesce a trasmettere sottotraccia un istinto più forte di ogni altro all’autoaffermazione e alla sopravvivenza, che è un po’ la sintesi di quello che l’adolescenza sta a significare.

C’è una cifra universale in Siamese Dream in grado di trascendere la sua collocazione storico-temporale. Agli Smashing Pumpkins va riconosciuto, al di là dell’indubbio calibro artistico, ampiamente confermato nella produzione successiva (su tutti, quell’epico Mellon Collie and The Infinite Sadness, tripudio antologico del Corgan-pensiero, e Adore, con la sua sorprendente transizione elettronica), il merito di aver catturato in un’istantanea polifonica un momento collettivo che si ripete da sempre e per sempre, un luogo che prima o poi è di tutti, e poi non più: quella stanza in penombra chiusa a chiave, in cui certe volte è persino bello ritrovarsi.

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