• Feb
    28
    2020

Album

Loma Vista

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Clean di Sophie Allison/Soccer Mommy è stato uno degli album più acclamati in territorio indie del 2018, eppure mi aveva lasciato piuttosto freddo e non privo di dubbi (così come Lush, l’esordio targato Snail Mail dello stesso anno), nonostante un paio di ottime tracce. Due anni più tardi il dilemma si ripresenta con il nuovo album Color Theory. Prodotto nuovamente da Gabe Wax ma registrato in modalità full-band, il dieci tracce pubblicato via Loma Vista non fa altro che rimarcare le perplessità espresse in passato. C’è da dire che l’approccio al disco non è stato dei migliori: quando è stato pubblicato il video del singolo di lancio Yellow is the Color of Her Eyes, il primo commento su Youtube recitava “speed: 1.25, do it”. Ovviamente ci sono cascato e ho immediatamente aumentato la velocità a 1.25. Da allora mi è stato praticamente impossibile ascoltare la versione reale, in confronto troppo blanda nei suoi sette minuti di lievi malinconie 90s.

Il processo di avvicinamento è stato poi scandito da Circle the Drain – altro materiale che nel 1995 sarebbe stato perfetto per qualche high school comedy televisiva ambientata nella provincia americana tra stereotipi tutto skateboard e supermercati pomeridiani – e dalla meditativa Bloodstream che ci ricorda che prima di essere una musicista Soccer Mommy è soprattutto una cantautrice, una di quelle in grado di raccontate stati d’animo – solitamente spleen-oriented – con una grande semplicità e forza comunicativa («happiness is like a firefly on summer free evenings. Feel it circling through my fingers. But I can’t catch it in my hands»).

Stati d’animo che sono la parte fondante del concept di Color Theory, ruotante attorno ai colori giallo (che rappresenta la malattia, fisica e mentale), blu (la depressione) e il grigio (la perdita, il vuoto). Il risultato è un lavoro in cui gli unici raggi di luce sono da ricercarsi nella dolce leggerezza di melodie che tentano di nascondere quello che – a livello di testi – sta a metà strada tra una disillusa confessione e una vera e propria richiesta di aiuto («and I want an answer to all my problems. There’s not an answer. I am the problem for me now and always» in Royal Screw Up). Le strofe della Allison fanno emergere una pericolosa staticità figlia dell’incapacità di superare le difficoltà dell’adolescenza («the way I’ve felt since I was 13» in bloodstream) e, più in generale, le difficoltà nel distaccarsi definitivamente da una fase che inizia inevitabilmente a scontrarsi con l’avanzare dell’età, vedi – ad esempio – i rimandi ad Avril Lavigne, il suo primo grande amore musicale.

Anche se alcuni passaggi funzionano meglio e altri meno, l’impressione complessiva è quella di essere di fronte ad un album molto sincero e personalmente ispirato che però non riesce ad eccellere nel comparto compositivo/musicale: mancano veri sussulti strumentali e/o melodici, manca la voglia di spingersi – anche solo per un istante – oltre l’innocua comfort zone dell’indie pop-rock meno avventuroso e, per quanto i singoli siano mediamente azzeccati, manca anche un brano in grado di entrare sotto pelle con la stessa facilità di Your Dog. C’è qualcosa che non convince come dovrebbe nel contrasto tra le tematiche e la vacua spensieratezza stilistica.

Possiamo essere certi che chi ha amato Clean troverà nuovi motivi di esaltazione lungo i solchi di questa, più sofferta, opera. Per il momento rimaniamo in attesa di una evoluzione stilistica che possa rendere veramente giustizia ai tormentati percorsi introspettivi della songwriter cresciuta a Nashville recentemente apprezzata a supporto di Bernie Sanders in quel di Houston.

27 Febbraio 2020
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