Recensioni

8.6

L’8 marzo 1994 Seattle ha ancora in pugno lo scettro di capitale del nuovo rock americano. Il grunge è un fenomeno musicale, commerciale e di costume dove convivono ammassati tutto e il suo esatto contrario: il revival dell’hard rock e l’utopia del punk, i valori del rock indipendente e i contratti delle multinazionali, l’autenticità delle origini e il carrozzone di MTV (e degli stilisti che copiano l’abbigliamento “straccione” dei nuovi profeti Vedder e Cobain, e del pessimo film Singles ecc. ecc. ecc.). Tra pressioni e aspettative, i Soundgarden si misurano con il disco di vertice che dovrebbe consacrarli nell’Olimpo delle migliori rock band contemporanee e ai piani alti delle classifiche. Li attende, insomma, il grande passo per cui si sono preparati meticolosamente dall’inizio della loro carriera.

Fin dai primi giorni, Cornell e compagni hanno infatti cercato di essere heavy senza essere metal – o meglio troppo metal -, come di farsi ascoltare anche da un pubblico diverso da quello “elettivo” aprendo per Skid Row e Guns and Roses nelle arene, ma pure di non abiurare alle origini indipendenti. Hanno fatto anche un po’ i cani sciolti. Avevano cominciato per la Sub Pop quando non era ancora l’etichetta hip pupilla della stampa musicale. Dopo l’EP rivelatore Screaming Life si erano accasati alla SST – la quintessenza del punk metal dove poteva trovare spazio se non sull’etichetta dei Black Flag? – quale passo intermedio per l’approdo alla major A&M. In Louder Than Love ci avevano “provato” a fare un disco metal, con il loro stile un po’ dark e cerebrale, e allo stesso tempo a prendere in giro le pose corrive del genere. Metallo o non metallo? Il physique du role e gli urlacci a petto nudo di Chris Cornell, acuiti da una certa dose di tamarraggine in alcuni video, lasciavano l’ambiguità viva e fruttuosa.

Badmotorfinger era stato il vero disco della svolta, con cui i quattro si erano presi una bella rivincita anche su chi per, poca conoscenza o superficialità – come lamentavano ancora ai tempi di Superunknown –, non li percepiva come parte di quella scena di Seattle che loro stessi avevano contribuito a creare in prima persona, e che era ormai sulla bocca di tutti. Il “white album dell’heavy metal”, come lo definì qualcuno, restituiva senza residui dubbi anche la policromia d’ispirazione che rendeva i Soundgarden speciali sin dagli esordi. Nessuno si era scordato la lezione di Led Zeppelin e Black Sabbath; ora i riff di scuola hard blues anni ’70 respiravano più che mai in strutture armoniche e ritmiche serrate ed efficaci, articolate e duttili, con le linee tenorili di Chris Cornell e le sue invenzioni d’autore a dialogare con i pattern muscolari ma anche molto mentali e i groove ermetici di Kim Thayil e Matt Cameron, duo che aveva in mano le altre sinapsi sonore del gruppo insieme al basso del nuovo arrivato Ben Shepherd, chiamato al compito tutt’altro che semplice di sostituire Hiro Yamamoto. Il terzo best-seller targato Seattle del 1991 dopo Nevermind e Ten, anche se staccato di parecchio in termini di cifre di vendita, lasciava intendere il raggiungimento di una piena maturità artistica – diremmo da parte di tutta la scena – e presagire che anche i suoi titolari fossero comunque pronti per lo stesso livello di popolarità raggiunto dai più fortunati concittadini.

Con Superunknown ai Soundgarden riesce il doppio salto quantico: il risultato è la somma del loro apice creativo, degli sforzi compiuti degli anni di dura gavetta e di una produzione più accessibile che li rende fruibili al grande pubblico senza ridurli alla piattezza del bieco rock commerciale. Anzi, se c’è un disco che corona la loro visione a trecentosessanta gradi dell’hard rock è proprio questo, dove il suono più che marmoreo appare marmorizzato, ricco di sfumature di cui la proverbiale potenza è la base per una palette di timbri e di tasselli sonori ampliata e sfruttata in lungo e in largo.

Un disco di canzoni basate sui riff e sulla melodia, scritte in prevalenza da Chris Cornell, grande protagonista compositivo – oltre che vocale, con i brillanti tour de force di The Day I Tried to Live o Fresh Tendrils a farsi notare tra gli altri. Un campionario di idee attinte a tutto lo scibile rock con l’hard sempre in prima linea, dal riff ipnotico di Let Me Drown al martellante power blues di Mailman, in una title-track che certifica il ruolo di Led Zeppelin degli anni ’90 e in Spoonman, una Black Dog più sincopata e corredata di controcanti e contro-riff, dedicata a un percussionista di strada che contribuisce alla parte ritmica suonando i suoi cucchiai. La parte più psichedelica, melodica e sperimentale dei Soundgarden esce allo scoperto nella drammatica Like Suicide come in Head Down, firmata dal bassista Ben Shepherd che ai tempi di Badmotorfinger era appena entrato nel gruppo ma già faceva sentire il suo pregevole apporto in termini di scrittura. È dalla sua penna che escono le cose più insolite (vedi la bizzarria/riempitivo di Half). Se è per questo, il quartetto di Seattle non rinuncia affatto agli aspetti “alternativi” del proprio rock pesante né a quelli “progressivi” in senso lato come i cambi di metrica e i tempi dispari, composti o irregolari che ravvivano persino i pezzi più orecchiabili, primo tra tutti il pop felpato e acido della beatlesiana Black Hole Sun, insieme alla ballata dai potenti chiaroscuri Fell On Black Days.

I Soundgarden ingranano le «marce alte», come ha scritto bene Chris Nixon nella sua monografia. È una percezione che da subito unisce la stessa band, le persone a lei vicine e, naturalmente, i fans. Di fronte all’”album più bianco” dell’heavy metal (come lo ribattezza Kim Thayil sottolineando lo spunto ulteriore rispetto a Badmotorfinger) anche il loro vecchio produttore Jack Endino applaude al fatto che abbiano ottenuto un album di canzoni senza cadute di tono: «Gli altri erano la ricerca di qualcosa, questo l’ha trovata».

La ristampa per il ventennale dell’uscita ha fatto le cose in grande come si usa di questi tempi. La versione deluxe base in doppio CD abbina alla riedizione rimasterizzata (completa della bonus track di allora, She Likes Surprises) una raccolta di provini e lati B dei singoli. Rifatta anche la grafica del booklet, ma alla nuova preferiamo l’originale. Addirittura quattro CD e un Blu-Ray disc audio con il mix in 5.1 per la versione espansa. In molti demo – quelli di Superunknown erano «straordinari» a detta del sound engineer Adam Kasper – si possono ascoltare già i pezzi fatti e finiti, almeno nella struttura portante. Tuttavia, la registrazione non fu una passeggiata, le tensioni con il produttore Michael Beinhorn («tutti i musicisti che hanno lavorato con lui hanno detto di avere gradito affatto l’esperienza… e di solito se ne usciti con il miglior disco della loro carriera», disse una volta Susan Silver, manager dei Soundgarden e allora moglie di Chris Cornell) durarono per tutto il lavoro e solo dopo il mixaggio di Brendan O’Brien il gruppo si rese conto di avere in mano il proprio vertice creativo.

Appena uscito, Superunknown debuttava al numero uno in classifica e i Soundgarden si lanciavano nel primo tour mondiale da headliner. Esattamente un mese dopo l’uscita del disco, tutto cambiava. Cambiarono anche i Soundgarden che quando Kurt morì erano in pieno tour. «Non abbiamo avuto l’opportunità di piangerlo e di stare assieme alle nostre famiglie durante quel periodo». Qualcosa si era incrinato pure all’interno del gruppo, e il successivo Down On The Upside fu solo l’anticamera dello scioglimento. La recente reunion non ha dato grandi risultati, ma sarebbe utopia pensare a un nuovo Superunknown. Lo slancio del momento non si può certo replicare in vitro. E tantomeno i risultati.

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