Recensioni

7.5

Tenuto conto delle accezioni negative che il termine “supergruppo” si porta dietro (l’opportunismo commerciale, lo scontro di personalità tra maschi alfa del virtuosismo manieristico, ecc…) è più che comprensibile la ritrosia degli interessati ad accettarlo per definire il progetto FFS. Qui siamo in realtà di fronte ad un rarissimo caso di übergruppo, risultato di una fusione di due intere formazioni preesistenti, dove i rispettivi invidiabili ed ingombranti curricula (la parabola di culto di oltre quarantacinque anni di eccentrica carriera dei fratelli Mael, il successo planetario da campioni dell’indie degli anni Zero della band di Alex Kapranos) vengono programmaticamente messi al servizio di qualcosa di nuovo. Ed una delle qualità più evidenti ed ammirabili della collaborazione tra i Franz Ferdinand e gli Sparks (FFS=FF+S, ma anche For F***’s Sake, altro significato mai smentito dai mattacchioni in questione), nata dalla mutua ammirazione e concretizzatasi solo undici anni dopo i primi abboccamenti, sta proprio nell’equilibrio del blend: le personalità si compenetrano in un piacevole gioco di squadra, fluido e non forzato, che porta ad un prodotto nuovo, diverso rispetto alla mera somma delle parti.

La partnership viene messa a valore al momento giusto, soprattutto per i Franz Ferdinand, che ad ogni uscita successiva al primo fulminante album del 2004 sembravano sempre più col fiato corto, ma anche per gli Sparks, alla loro ennesima “rinascita” mediatica dopo l’exploit del tour Two Hands One Mouth (con un pregevole live, uscito nel 2013, a testimoniarne la verve). Il risultato è ottimo pop, divertito e divertente: una collezione di canzoni ineccepibili dal punto di vista del songwriting, dove emerge in particolare il lavoro di amalgama sulle voci sapientemente dosate di Kapranos e di Russell Mael, la “power couple” di bi-front men del progetto, ma dove trovano pure il giusto spazio, senza forzare gli equilibri, le tastierine scolastico-minimali di Ron Mael, il geniale autore di This Town Ain’t Big Enough for Both of Us dai famosi baffetti (un tempo spiazzanti toothbrush à la Chaplin/Hitler e ora in stile pencil à la John Waters/Vincent Price), oggi serenamente sulla soglia dei 70 anni.

Di fronte al brillante lavoro di sponda (da Los Angeles a Glasgow e viceversa) operato dal neo-sestetto, attribuire percentuali su quanto ogni brano sia sparksiano e quanto franzferdinandiano lascia il tempo che trova, anche se le cose sembrano funzionare meglio quando viene meno la preoccupazione di trascendere a tutti i costi le due nature. L’album si apre furbamente con le canzoni più mainstream (impeccabili, intendiamoci) e che restano volutamente a metà strada. E’ con Police Encounters, che velocizza e trasforma in una spassosa marcetta la Brief Encounters di Right Thoughts, Right Words, Right Action, che si possono apprezzare in pieno gli effetti ringalluzzenti del trattamento Mael sulla proposta degli scozzesi. Save Me From Myself sembra raccontare, scherzandoci su, la disillusa fine della stralunata storia di I Married Myself (Lil’ Beethoven, 2002). Il synth pop jappo di So Desu Ne è fin troppo telefonato in area Sparks, con le lyrics che parlano di “Kenzo Kimono” e di “Hello Kitty Uzi”, e proprio per questo risulta irresistibile. In The Man Without A Man il ritmo chitarroso marchio di fabbrica Kapranos, imbastardito dai senseless violins maeliani diventa barzelletta, e funziona. Ma anche quando si fa sul serio, maneggiando la complessità melodica e armonica della ballata di Things I Won’t Get, il tutto risulta convincente e sincero. I due brani che chiudono l’album (nell’edizione deluxe sono previsti quattro extra) sono stati anche i primi frutti, risalenti al 2004, dei contatti tra le band: ed è mirabile che la collaborazione sia cominciata con una canzone che dice che “le collaborazioni non funzionano”, un’intricata rock-operetta di quasi sette minuti dove Russell sfodera un sempreverde falsetto e Alex ironizza pesante sull’età del collega (“If I ever need a father, he won’t be you, old man”). Piss Off è il divertente e divertito vaffa… finale di un lavoro che nel complesso suona come un grande, indiretto, omaggio agli antenati comuni di entrambe le band: i Kinks. Da lì deriva tanto del sense of humor, dell’autoironia, della padronanza dei mezzi compositivi qui messi in pratica. Chapeau.

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