Recensioni

7.3

A due anni dal monumentale Belief System, oltre cento minuti in cui il producer inglese scandagliava quasi trent’anni di hardcore-continuum, Special Request torna con addirittura quattro album, di cui i due qui trattati rappresentano la prima metà: nonostante le due opere siano uscite a poca distanza l’una dall’altra, VORTEX e Bedroom Tapes fotografano l’artista elettronico britannico in momenti quasi antitetici della lunga carriera.

Se VORTEX è infatti il vero successore di quel Belief System sopra citato, capace di portare all’estremo quei ritmi e quelle visioni che nel disco del 2017 venivano soprattutto rilette e omaggiate, Bedroom Tapes è, come suggerisce il titolo, una raccolta di vecchie produzioni (di fine anni novanta) ripescate in uno scatolone durante un trasloco. La doppia release ci permette dunque di tracciare quasi per intero il percorso sonico di Special Request: i nastri risalenti al periodo 1996-’99 infatti ci mostrano un producer già interessato a certi suoni, ma ancora acerbo e soprattutto indeciso se prendere la strada di un’electro più quadrata (Pineal Gland e la splendida Shoreline) o affondare le mani nel magma bass più ribollente e sincopato (Double Dragon). Così, nell’indecisione se essere più erede di Rod Modell o più anticipatore di Andy Stott (i due estremi tra cui si muove la lunga e irrequieta techno-dub di Xenospin) sappiamo benissimo com’è andata a finire con Paul Woolford (questo il vero nome del produttore britannico), che si è orientato meno sulle geometrie detroitiane in favore di un’attitudine più bass e rave. (6.9)

Una passione che veniva ben esplorata già in Belief System (album in cui si potevano incontrare, senza soluzione di continuità, momenti dubstep ed esplosioni breakcore, soluzioni soul-step e ritmiche sempre in movimento tra drill, grime e persino juke), ma che in VORTEX viene appunto portata al suo culmine. Non concordiamo con lo stesso Special Request quando nel divertente e atipico comunicato stampa si vanta di aver fatto qualcosa di assolutamente inedito, ma gli va riconosciuto un coraggio, una volontà di osare non comune: nei quaranta minuti del disco è tutto un tripudio di assalti ritmici all’arma bianca (Memory Lake), vorticose spirali di bass (A Gargantuan Melting Face Floating Effortlessly Through The Stratosphere), groove ipercinetici (SP4NN3R3D), memorie di dancehall giamaicane (il refrain vocale di Fahrenheit 451 lascia pochi dubbi) e soprattutto un’incredibile attenzione per il sound, mai così profondo, stratificato e dalle tinte insieme naïf e horror (come altro definire una Ardkore Dolphin dove una pacifica melodia emerge dalle grasse e bizzose nebbie rave dei primi sessanta secondi?).

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