• Apr
    27
    2018

Album

Carpark Records

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Chi dice che il rock non sia più in grado di sorprendere, si ascolti questo quartetto indiavolato che viene dal Massachussets. Come i Pixies – certo – e in effetti l’opening Buck Me Off e Villain faranno sussultare i devoti dei bostoniani. Dopodiché, però, bisogna riconoscere a Sadie Dupuis e soci il fatto che, vanno bene le influenze, i rimandi, i riferimenti, ma se non sono sorretti da una scrittura all’altezza e peculiare rischiano di trasformarsi in pallida imitazione. Cosa che certo non può essere rimproverata loro, che con questo terzo capitolo – dopo Major Arcana (2013) e Foil Deer (2015) – rischiano seriamente di candidarsi alla top qualcosa di quest’anno con un lavoro che è fresco, istintivo, poco ragionato ma lucido, divertente ma ruvido quanto basta.

Tra gli 11 brani del lotto, la maggior parte dei quali supera di poco i 3 minuti, non ce n’è uno che si possa definire migliore, a meno di non fare un torto a tutti gli altri. La trentenne leader, che da Philadelphia – dove ha base il suo progetto solista Sad13 – s’è portata dietro Andy Molholt (Laser Background) per innestarlo in pianta stabile come seconda chitarra nel combo di Northampton al posto di Devin McKnight, ha finalmente compiuto lo scatto definitivo in termini di abilità compositive. Quelle relative alla stesura dei testi, invece, le ha sempre avute, essendo anche una poetessa, e lo dimostra ancora una volta con una sventagliata travolgente di versi acuti e ficcanti, sospesi tra sarcasmo, provocazione e denuncia sociale. Perché Twerp Verse è anzitutto un racconto dalla parte degli emarginati, outsider non per propria scelta. È il latrato terrificante di alienati underdog con la bava alla bocca. Il tutto, però, messo in note con un irresistibile piglio pop, come a dire “fottetevi”, ma col sorriso.

Ma è musicalmente che il quartetto ruba l’o(re)cchio con un impasto sonoro a base di texture volutamente contorte e squinternate, cambi di ritmo serrati e repentini, e le chitarre a mulinare rabbiosamente un turbinio elettrico senza soluzione di continuità, tra reminiscenze indie-rock sì anni ’90 ma artigliate al presente. E così, se da un lato ricorrono tanto le trame weird di Pavement e Grandaddy quanto il livore iconoclasta dei Nirvana più collerici, dall’altro risuonano le campane di Paramore e Hop Along, fino a sconfinare in un art-rock tipicamente “East Coast” nel senso di colto, ironico, bohémien e irresistibilmente snob. Se eravate preoccupati del fatto che, giunti a fine aprile, ancora nessun disco vi avesse davvero fatto strappare i capelli, eccovi serviti.

26 Aprile 2018
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