Recensioni

Una delle prime grandi sorprese di questo 2019 arriva dalla Bay Area californiana, per la precisione dalla linea di confine tra Oakland e Berkeley. Si fa chiamare SPELLLING (con tre L) ma all’anagrafe risponde all’altrettanto suggestivo nome Chrystia Cabral. Visual artist e poetessa (nonché maestra d’arte in una scuola elementare), Tia Cabral si è avvicinata alla musica solo in un secondo momento, nonostante avesse passato l’infanzia ad ascoltare Journey Through the Secret Life of Plants, uno dei dischi più strani (e bistrattati) di Stevie Wonder. Il suo primo album solista – Pantheon of Me – risale a due anni fa ma solo oggi, grazie all’ombra protettiva del triangolo della Sacred Bones (etichetta sempre attenta a coprire le proposte per certi versi più bizzarre ed oscure del panorama indipendente), SPELLLING sembra essere riuscita a mettere a fuoco un caleidoscopico universo sonoro di difficile decifrazione in cui frammenti soul, wave, art pop e psych vengono triturati ancora una volta, per poi essere incollati seguendo principalmente l’istinto.
Nel sophomore Mazy Fly, SPELLLING assume le sembianze di una aliena che osserva – da altezze celesti – la terra del futuro tra distopia e velato ottimismo. L’elemento “cosmico” è uno dei maggiormente caratterizzanti, non tanto per i lontani – e sporadici – richiami a Moroder o al look space age pop, quanto invece per la capacità di far suonare distanti e fluttuanti i diversi layer di synth (un Roland Juno-106) che sorreggono più di una composizione. Quello messo in scena dalla californiana è un paesaggio sonoro assolutamente unico e lontano da qualsiasi volontaria contaminazione trendy: organico, talvolta colorato e circense come un viaggio in LSD, talvolta tetro e inquietante come una passeggiata notturna tra i boschi.
Con fare quasi esoterico, Tia Cabral accompagna le sperimentazioni con una voce vellutata ma sinistra, sensuale ma distaccata, che fa grande uso di effettistica sui pitch, riverberi e diavolerie assortite. Il range vocale è ampio (si prenda il primo minuto di Real Fun come esempio ma anche certe inflessioni da pop-diva di Hard to Please) ma non è certamente l’aspetto che colpisce maggiormente al primo ascolto. Quello che colpisce immediatamente è invece l’assoluta imprevedibilità di una proposta in bilico tra il pretenzioso (le stramberie di Red) ed il realmente ispirato, adagiata su una via di mezzo che fa del weird il proprio punto di forza: durante tutti i quarantadue minuti di Mazy Fly si ha costantemente la sensazione di non sapere cosa accadrà il minuto successivo. Le intuizioni (melodiche, strumentali, stilistiche) si affacciano, si rivelano e poi spariscono come ectoplasmi in un flusso continuo di stimoli audio-visivi.
In questo senso gli episodi migliori si chiamano Under The Sun (brano che per melodia e groove riesce ad essere a suo modo catchy e allo stesso tempo eccentrico nel condensare elementi space-disco, Kraftwerk e wave artistoide post-Kate Bush), Haunted Water e il suo misterioso incedere dark-synthwave da horror/b-movie anni 80 spezzato da battute 808, una Afterlife che introdotta da un simil-theremin che pare provenire da una dimenticata serie TV sci-fi degli anni sessanta si tramuta poi in un languido e sbilenco soul jazzato, e Real Fun, traccia a dir poco eclettica, tanto che a un certo punto entrano in scena minacciosi synth che suonano come chitarre in un qualche riff metal headbang-inducing.
SPELLLING è il nome giusto per chi ama Solange ma la trova troppo legata alla tradizione urban o troppo perfetta/arrivata: questo è materiale ancora grezzo in cui le radici black vengono realmente stravolte (con gusto rétro-futurista) dal gusto della sperimentazione.
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