Recensioni

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Spike Jonze e i Beastie Boys: un tandem che aveva già funzionato (alla grande) ai tempi del video di Sabotage, e che ora torna in sella per Beastie Boys Story. Il documentario firmato dal regista statunitense è di fatto la controparte visiva di Beastie Boys Book, pubblicato nel 2018. Il film è sì un modo per ripercorrere tutto il percorso del trio, ma anche – e soprattutto – un’occasione per ricordare Adam Yauch, scomparso per cancro nel 2012, a cui il documentario è dedicato.

Non c’è da aspettarsi il classico compitino con un taglio ormai tipicamente à la Netflix, con i protagonisti intervistati separatamente e comodamente sul divano delle rispettive case (vedi Hip Hop Evolution). Qui Horovitz e Diamond si mettono in gioco in prima persona, in un live-show teatrale condotto in coppia e montato dallo stesso Jonze. È emozionante godere dell’infinito materiale d’archivio (foto e filmati d’epoca, interviste, concerti, video musicali eccetera) partecipando “in diretta” alla reazione del pubblico, seguendo la narrazione lineare dei due mattatori; che, va detto, hanno tempi incredibili e si muovono nel format perfettamente a loro agio, da navigati intrattenitori.

Il racconto parte dai primi passi del nome Beastie Boys, passa per i tanti capolavori licenziati dai tre nel corso degli anni e si conclude con l’ultimo concerto, facendo la spola tra le diverse location di registrazione (dalla nativa NY alle lussuose ville di Los Angeles) senza risparmiare i momenti più delicati: la separazione con Kate Schellenbach, il nauseante tour circense di Licensed to Ill tra falli giganti e ballerine ingabbiate, la rottura con Def Jam. Paradossalmente, in tutto questo a venire lasciata spesso sullo sfondo è la parte musicale; nell’arzigogolato e cangiante percorso dei tre, sempre capaci di spaziare e rinnovarsi senza mai adagiarsi in formulette consolidate, quanto concesso ai dischi veri e propri è veramente poco. Si parla tanto e soprattutto del rap-rock (finto) festaiolo di Licensed to Ill, della ricchissima tavolozza del capolavoro –  e allora incompreso – Paul’s Boutique, e del ritorno al suonato vero e proprio con il crossover meticcio di Check Your Head. Ma – per fare qualche esempio – Ill Communication viene citato solo in riferimento al suo successo commerciale, e le oblique derive elettroniche di un Hello Nasty sono solo vagamente accennate («il nostro lavoro più sperimentale» e stop).

Tutto legittimo, per carità: quello che alla lunga emerge e rimane più di tutto è in primo luogo l’amicizia ultratrentennale tra i tre protagonisti, e l’enfasi è volutamente insistita sul personaggio di Yauch, sulla sua creatività e sulla sua ecletticità. Vulcano di idee, multistrumentista dotato, perfino paladino dei diritti civili per la causa tibetana nella sua amicizia con il Dalai Lama a un certo punto; non il tipo che si unisce a una causa, quanto piuttosto quello che fonda il suo stesso movimento per condividerne le idee. Più che a un documentario musicale, siamo quindi davanti a un film sull’amicizia, sul coraggio dei tre di restare sempre insieme e di non fermarsi davanti ai tanti momenti di down, di andare ben oltre quella ristretta dimensione da party-boys casinisti che li aveva venduti ai tempi dell’esordio.

E così, dalle parole commosse dei due compagni rimasti, resta nelle orecchie e nel cuore soprattutto la goliardia scanzonata e sempre autoironica di questi «tre cazzoni» che crearono «un masterpiece», per citare le parole di Rolling Stone di allora, e tanti altri dopo di quello. Perché, come risponde Horovitz a una domanda scomoda, «meglio essere ipocriti che restare la stessa persona per tutta la vita». Sipario, applausi (e robottone di Intergalactic).

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