Recensioni

7.2

È sempre stato innamorato del jazz, Jenkinson, e per questo, già dalle prime prove, lo ricordiamo come alieno rispetto agli amici più infatuati di elettronica e bleep post-rave di casa Warp (vedi alla voce Aphex Twin/LFO). In questo nuovo disco con l’alias Shobaleader One, Squarepusher presenta cover di pezzi presi dal suo catalogo ormai ventennale (l’esordio su Rephlex Feed Me Weird Things è del 1996), e se questo potrà già far storcere il naso a più di qualcuno, o suonare come un clamoroso autogol, la novità del disco è che ad accompagnare il basso elettrico del Nostro, corrono in aiuto tre collaboratori. Con Strobe Nazard alle tastiere, Arg Nution alla chitarra e Company Laser alla batteria (ovviamente tutti nomi inventati), Jenkinson mette su un quartetto di vigoroso jazz-hard-rock-funk in sintonia con le atmosfere di Herbie Hancock o del Miles Davis anni ’70, cosicché la one man band virtuale di Music Is Rotted One Note si trasforma in un gruppo live vero e proprio; la conferma che il vero DNA della sua musica sia da ricercare nel jazz e nel funk.

The Swifty è un intro electrodub presa dall’esordio, come pure gli storici giri di basso di Squarepusher Theme e Deep Fried Pizza, l’uptempo funky di Coopers World e lo slap al cardiopalma di E8 Boogie dall’indimenticato capolavoro Hard Normal Daddy del 1997, le visioni psych-Settanta di Don’t Go Plastic da Music Is Rotted One Note del 1998, il lentone Iambic 5 Poetry da Budakhan Mindphone del 1999, l’acid-jazz effettato di Megazine dal più recente d’Demonstrator (2010), l’hard rock di Delta V da Just a Souvenir (2008), la corsa al cardiopalma bleep di Anstromm Feck 4 da Do You Know Squarepusher (2002) e per finire il culto cheap-tune di Journey to Reedham da Big Loada (1997). Questo disco è importante almeno per tre motivi: il primo è la sua godibilità, a prescindere dall’essere fan o meno della discografia di Squarepusher; il secondo è un’avveduta riconferma delle capacità tecniche del produttore di Chelmsford; il terzo sta nella capacità di aver imbastito un gruppo dal tiro formidabile, che anche dal vivo (date un occhio ai filmati catturati ai live) suona come se non ci fosse un domani (in questo senso, fa eco all’estetica di Damogen Furies, composto in un’unica take).

A differenza di Aphex Twin che è tornato a suonare come DJ e a pubblicare materiale d’archivio, Jenkinson suona il basso come un jazzista scafato, non guarda in faccia a nessuno e sprizza vitalità da tutti i pori, eliminando così ogni dubbio su un eventuale calo di qualità della sua proposta. Se anche questi pezzi rappresentano rivisitazioni di materiale precedentemente pubblicato, suonano come nuovi e forse, in alcuni casi, anche meglio degli originali démodé. Gli Shobaleader One tolgono così quella patina di estemporaneità che il progetto sembrava aver assunto al tempi di d’Demonstrator. Invecchiare alle volte fa bene.

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