Squarepusher

Jazz cubista e jungle geneticamente modificata, velocità spasmodica da ultimo livello del più tosto dei videogame shoot ‘em up, virtuosismi (ma anche proggismi, per non dire ultra-fusion) con il basso à la Pastorius in solo, band composte da robot o da differenti ruoli interpretati dallo stesso musicista; e ancora, l’antesignano del breakcore, lo scienziato sonico che assieme ad Aphex Twin ha esplorato i confini dell’accelerazione del breakbeat e dell’acid con un’angolazione personale imbevuta di fervore per John Coltrane e Ornette Coleman, senza dimenticare il tocco psych/cosmico di Miles Davis e Sun Ra. Questo, in sostanza, l’ottovolante sonico di Squarepusher, alias che accompagna Tom Jenkinson fin dal 1995 e che vent’anni dopo è ancora una macchina capace di precisi e sinestesici live show audio/video dall’approccio frontale e senza compromessi.

Nella Chelmsford dove Guglielmo Marconi aprì la prima “wireless” factory, nella città che diede i natali alla radio secondo i fieri residenti e che vanta pure una pesante tradizione di electrical engineering, Tom si presenta nel 1994 con Crot EP

7 Minutes of Maddness

Nato a Chelmsford il 17 gennaio 1975, Jenkinson esordisce come Squarepusher nel 1996 dopo un periodo seminale trascorso cercando di unire la passione per il jazz ereditata dal padre e l’entusiasmo per i rave e la jungle di quegli anni. Al college è immerso nei suoni che stanno facendo e faranno la storia del sound techno britannico, dall’electro universo degli LFO all’acid vissuta in prima persona nei rave della sua città. Ed è proprio il suono più electro-acido e veloce a conquistarlo. Nelle primissime produzioni, la concentrazione è tutta riversata sulle divisioni più coraggiose del Rephlex sound. Nel suono ama la velocità e l’aggressività, e la serie Universal Indicator – nata da una collaborazione tra Richard D. James (che in quel caso utilizzava l’alias Martin Tresidder) e Mike Dred aka The Kosmik Kommando – lo conquista con velocità sostenute (150 bpm), ossessione videogame e loop serratissimi che porteranno diretti alla follia gabber (un esempio Thoughts Of You, Universal Indicator Blue, Rephlex, 1992).

Dal 1994 la jungle diventa un’ossessione. Il Nostro si innamora dei ritmi più compressi e cervellotici, ascolta Kiss FM e altre radio pirata di notte e, ogni weekend, clubbing la sera e Black Market Records il sabato pomeriggio per rifornirsi di nuova “mind blowing music”. Degli acquisti di quel periodo, Jenkinson ha parlato nel 2012 a xlr8r e ad emergere è una mappa d’ascolti e passioni: del remix di The Force Is Electric di Ed Rush ama il sample elettrico, del remix di For Real di Remarc degli Kemet Crew il tintiniio metallico e il ragga più scuro, in entrambe il fatto che l’amen break sia opportunamente pitch-ato o compresso. Stregante invece la Military Jazz contenuta in Rebuilt Kev EP (Blue Angel, 1995) del futuro amico Luke Vibert/Plug, per un aspetto da live jazz band opportunamente riprogrammato che tornerà molto utile. E se l’aspetto cool di Dillinja (Ja Know Ya Big, Metalheadz, 1994) piace perché le sue produzioni sanno essere “hard as fuck”, nella jungle il musicista cerca da subito le cose più “mental” e “messy”.

Sempre nel 1994, sotto sua richiesta, il negoziante di dischi di Chelmsford gli passa 7 Minutes of Maddness di Bizzy B & Equinox contenuta nel The Brain Crew E.P (Brain Records, 1993), sicuro che non gli piacerà. «E’ un pasticcio. Troppo incasinata”, gli dice. Tom invece sorride: da quell’ascolto in poi sarà, idealmente, Squarepusher.

Il 1995 è l’anno in cui il ragazzo di Chelmsford imbraccia il basso, lo strumento con il quale per lungo tempo verrà identificato.

Nella Chelmsford dove Guglielmo Marconi aprì la prima “wireless” factory, nella città che diede i natali alla radio secondo i fieri residenti e che vanta pure una pesante tradizione di electrical engineering, Tom si presenta nel 1994 con Crot EP, la prima uscita dell’etichetta Rumble Tum Jum: quattro tracce fra schegge industrial e flirtate belga (The Procrastinator Pt. 1), acid furibonde a passo di Space Invaders (The Procrastinator) e tangenti Plus 8 sul lato più tosto della faccenda (The Burglar). Jenkinson è innamorato del suono delle Roland, dell’ortodossia acid. Nessun compromesso anthemico nelle sue tracce (vedi il catalogo R&S), piuttosto un sentiero già solcato da complicazioni di sequencer e drum machine. Il fratello più giovane Andy, ovvero Ceephax, da questo trip uscirà vivo soltanto in tempi recenti. Il primo amore non si scorda facilmente, né per Thomas né per le amicizie che stringe/stringerà con Aphex Twin, Luke Vibert e tutto il giro Rephlex. Una truppa che tornerà ciclicamente sulle tracce del phuturo acido di Chicago, come per concedersi di tanto in tanto un bagno ristoratore.

Nel 1994 esce Stereotype E.P. – ancora numero di catalogo 1 di label ad hoc (Nothings Clear) e pubblicazione numero due a firma personale – a scoprire un’altra carta importante nel suo impianto sonico: la melodia “idmmata” e sci-fi tipica della label di Steve Beckett e del compianto Rob Mitchell. Si tratta di calarla in sostenuti bpm euro-technoidi, magari accarezzando un lato sempre più dark marchiato da proverbiali campionamenti di dialoghi di vecchi film, riff industriali e snare assassini come andava all’epoca (1994, Greenwidth). Pezzi come Whooshki, Falling e O Brien, imbevuti dell’aplomb spacey post-krauto degli Autechre, piacciono a sufficienza sia a Richard D. James che a Heckett, tanto che i ponti con Rephlex e Warp, le due etichette più lungimiranti del periodo, sono gettati.

Father jazz, mother jungle

Tom dal canto suo vuol fare di più, qualcosa che riesca ad unire la passione techno-acid con l’ultimo Coltrane, il Miles Davis di On The Corner con lo space psych di Sun Ra, ma naturalmente anche tutto il portato della cosa, Canterbury e ancor più la fusion di Weather Report, il cui bassista Jaco Pastorius è sicuramente l’influenza principale per quanto riguarda l’utilizzo slappato e fluido del basso che sta per imbracciare.

Il 1995 è l’anno in cui il ragazzo di Chelmsford imbraccia il basso, lo strumento con il quale per lungo tempo verrà identificato. All’epoca però il mix tra jazz ed elettronica non ha ancora una direzione precisa e questi primi esperimenti escono anche con l’alias di Duke Of Harringay. Sotto i due alias vengono pubblicati su Spymania Conumber E:P e Aloy Road Tracks, due facce della stessa medaglia che successivamente verranno comprese in una compilation riassuntiva delle prime produzioni pubblicata sulla scorta del successo del primo album lungo edito da Warp nel 1997, Burningn’n Tree.

Se le tracce di Duke sono costruite su poliritmi basici di snare e batteria, blaxploitation (Central Line, Sarcacid Part 1, Nux Vomica) e parentesi intelligent jungle (Sarcacid Part 2) o reggae dub dal sapore “cantieristico” (Toast For Hardy, con echi della aphexiana Cow Cud Is a Twin), il lato Squarepusher della faccenda è quello più tenace, senza compromessi ed eccitante. In tracce come Conumber, Eviscerate, Male Pill no. 5 (quest’ultima addizionata con elementi techno e un riconoscibile furto breakbeat) Tom sfoga i raptus della jungle, mettendo l’elemento jazz in un dinoccolato gioco di sponda fusion-space-ambient. L’aspetto distintivo del Jenkinson sound sta proprio nell’uso del jazz. Mentre i paladini della scena intelligent jungle all’apice del successo commerciale nel 1996 lo sfruttano come abbellimento di partiture esotico-baleariche o di vezzi che in alcuni casi vorrebbero elevare il suono dal dancefloor a culture musicali “più alte” (Goldie, A Guy Called Gerald, Photek, 4 Hero, LTJ Bukem), Jenkinson, al contrario, ama la jungle più energica, sanguigna dei club, nonché lo spirito di ricerca e i risvolti crudi e metallici di Ed Rush e Bizzy B.

Squarepusher, Luke Vibert (sotto il moniker Plug) e Aphex Twin (che per inciso arriverà qualche mese dopo queste soluzioni ritmiche con il Girl Boy EP e con l’album autografo nel 1996), cementano la loro amicizia sperimentando l’ossessione per la cassa rullante, mantenendosi alla larga sia dalle floride arene drum’n’bass sia dalle produzioni della compagine “intelligent” del genere. I critici inventano presto la tag drill’n’bass, “trivella e basso”, per descrivere la crescente vertigine ritmica delle loro composizioni, ma se Richard usa la chamber e il pop e Vibert ama la kitschedelia, l’intento di Tom è quello applicare il jazz – free o rock dei 70s – nello straordinario flusso futurista del colpo di coda del secolo. Una mossa che lo annovererà tra gli antesignani del breakcore (vedi il nostro Dj Balli via Venetian Snares, Kid606, Lesser, ecc…) e che farà di lui un idolo per i neo amanti delle virtuosità elettroniche.

Feed Me Weird Things

In Feed Me Weird Things, primo parto lungo per la Rephlex di James, i due volti di Jenkinson sono ormai riconoscibili: da una parte troviamo l’elettronica sul versante idm (Theme From Ernest Borgnine, UFOs Over Leytonstone), dall’altra il “suonato” di matrice jazz (Squarepusher Theme). L’overture in puro stile Aphex tra drillate e ambient di Tundra è già ottima di per sé, notevole la compattezza nella furia ritmica di North Circular o l’eleganza liquida di una Kodack che sa anche aprirsi alla d’n’b con incredibile scioltezza. Il succo di molte delle tracce non sta nel cercare una sintesi superiore ma nel guastare le feste agli amanti delle etichette e degli steccati, attraverso strati di complicazioni drill e decompressioni fusion (The Swifty) o calando in mezzo techno-acid carenati à la Prodigy (Dimotane Co.) sci-fi, exotica (Windowscale 2) e, secco e spietato, un certo umorismo parente – come c’era da aspettarsi – di quello dell’amico Aphex (Smedley’s Melody). Altra caratteristica di Tom è quella di non confezionare album a tema ma pensare a cicli di sperimentazione che comprendano più pubblicazioni. Minutaggi che magari sarebbero da asciugare, ma in linea con un atteggiamento, per l’appunto, da jazzista.

Sempre in quell’anno, il Nostro arriva con due produzioni piuttosto solari e dal taglio space jazz, Bubble And Squeak e lo split Dragon Disk 2 assieme a Nigel Smith ovvero Dunderhead su Worm Interface, più vicino alla jazz house.

Accanto a Bubble And Squeak e Dragon Disk 2, del 1996 è anche Port Rhombus (Warp, 1996, 7.3), un compatto eppì tra idm e drumming scientifico che segna l’ingresso del jazzista nella prestigiosa scuderia Warp, un solido antipasto di un lavoro sulla lunga distanza che si dovrà confrontare sia con un’attenzione crescente nei suoi riguardi, sia con l’ultimo lavoro di Aphex Twin (Richard D. James Album), disco che segna una fondamentale svolta avant-junglista per il producer della cornovaglia.

Così nel 1997 Squarepusher risponde con Hard Normal Daddy, un masterpiece di accelerazioni e distensioni ritmiche, avant jazz e hard funk. Un lavoro che rispetto all’esordio per Rephlex porta l’intuizione jazz a un nuovo livello: con il gioco beffardo sulla blaxploitation, gli stacchetti televisivi dell’opener Coopers World e le super mosse di karate di Chin Hippy, Tom sembra voler dire “non c’è niente di serio qui”. Ma sta qui il bello, sotto i baffi si nasconde una ricetta tutt’altro che facile alla quale, oltre alle impro (Papalon), s’aggiungono elementi fondamentali, come la forza impattante del rock (E8 Boogie, Rustic Raver), la complessità del prog (Male Pill Part 13), lo spessore e i riflessi psych della tarda Canterbury, stoccate robo-funk (Fat Controller) e una buona regia che alterna furia a decompressione. Jenkinson non cerca di dipingersi come compositore o songwriter, come l’amico Richard D. James, ma sicuramente questi due album, usciti a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro, hanno più punti di contatto sia sul lato della narrazione idm-tronica in pieno stile ’97 (Beep Street), sia nei vezzi alla Vivaldi remissato Phillip Glass che li accomunano in Anirog D9.

Con gli Autechre in procinto di abbandonare le figure ritmiche prevedibili, Squarepusher si fa pallottola di precisione, acida e metallica

Immortalato dalla famosa copertina con la foto della sua Chelmsford e gli sprites danzanti Commodore VIC-20 style, Hard Normal Daddy (Warp, 1997, 8.0) è dunque già un classico. Il pubblico gli preferià il successivo Music Is Rotted One Note per ragioni puramente romantiche (e lo vedremo), ma prima Squarepusher ha ancora un paio di cartucce da sparare: un trascurabile singolo (Vic Acid) con quattro mix, e un altro album (benché mini) che sarebbe delittuoso considerare minore: Big Loada (Warp, 1997, 7.5). Rovistando nei più aspri meandri del ragga hardstep (Full Rinse), della videogame music (A Journey To Reedham (7am mix)) e della jungle “mental” del giro Rephlex/Planet Mu, il disco risulta un ritorno in grande forma all’elettronica pura da breakbeat continuum, aprendo definitivamente le porte al breakcore (Come On My Selector, con il clip di Chris Cunningham). Una liberatoria immersione elettro prima della grande infornata jazzistica.

VR one man band

Calato nei primi 70s del Miles Davis di Get Up With It e On the Corner (ma anche nell’ultimo John Coltrane), cautamente avanguardista in senso novecentesco (strumenti e macchine che ricordano le sperimentazioni di Marino Zuccheri allo Studio di Fonologia milanese), l’acclamato Music Is Rotted One Note (Warp, 1998), trattiene ogni riferimento alla musica elettronica “giovanile” per tentare ambiziosamente di scrivere un lavoro “maturo”. Tom imposta il disco sia come un omaggio a un’epoca e ai suoi protagonisti, sia come una studiata operazione retro-modernista: limita gli interventi alle macchine a tocchi da audiofilo – la frusta trattenuta sugli snares, il modo di suonare la batteria quasi-junglista, alcuni filtraggi robotici, certe amplificazioni particolari del basso –  e si cimenta in tutti gli strumenti coinvolti – basso, chitarra, hammond e altre tastiere, batterie – esercitando così il doppio ruolo di producer e virtual one man band. Non solo, per la prima volta entra di soppiatto nel mondo dell’elettronica del dopoguerra accademico europeo (Berio, Maderna, Stockhausen, etc.), utilizzando modulazioni ad anello, filtri, diavolerie dal gusto pseudoanalogico e infilandole nel consueto flusso di saliscendi ritmico-arrangiativi con un gusto alle volte ottimo e alle volte troppo vicino a simulazioni dada fuori contesto. Un suono che comunque risolve l’impasse improvvisativo e contribuisce ad incastrare le tessere del puzzle in modo coerente.

Si parte con un funk-psych che trasuda passione fusion nel dittico iniziale Chunk-s e Don’t Go Plastic (con echi tastieristici di Herbie Hancock), s’accarezza il Miles introspettivo magari travisandolo prog alla maniera dei Soft Machine (Dust Switch), ci si butta in savane Coltrane (137 (Rinse)) in crescendo e architetture orchestrate e orchestrali (III Descent), si adottano inframezzi free à la Ayler (Drunken Style), finendo poi in un avvicendarsi di cosmica e contemporanea (Curve 1, Parallelogram Bin, Ruin, Step 1) o jazz rock (Theme From The Vertical Hold). Unici fuori programma, una “folk song”  (My Sound) o il cupo finale orwelliano per pelli e theremin Llast Ap Roach.

A tutt’oggi l’album più famoso di Squarepusher, Music Is Rotted One Note è in realtà un lavoro frammentario, abilissimo nel farsi ammirare, ottimo a livello di produzione, ma incapace di portare il jazz oltre sé stesso o anche semplicemente di vivere la jam e portarla a cifra stilistica. Eppure l’operazione non è da stigmatizzare: rappresenta il primo e solido tentativo d’escapismo dalla cultura elettronica della sua generazione da parte di un musicista che a differenza di molti “intelligent” suona dal vivo e tocca corde e strumenti con mano. E’ questa affinità anti-plastica e anti pre-set che lo avvicina ad un pubblico eterogeneo, garantendogli sia libertà di movimento da parte della fida Warp, sia la sopravvivenza artistica.

Lo stesso anno di Music Is Rotted One Note, Tom esce anche sotto l’alias techno rave Chaos AD tornando sul luogo del delitto degli album a suo nome con un setting ritmico calibrato al bit. Buzz Caner (Rephlex, 1998) è un buon lavoro di revisionismo ritmico (Thin Life risposta alla famosa Didgeridoo di Aphex Twin?), una parentesi prima di dar sfogo agli ultimi scampoli di suonato jazz attraverso tre lavori sulla breve distanza che riavvolgeranno il nastro su ridde elettromaniache.

Tra la drill di Aphex Twin e Squarepusher e il breakcore, c’è senz’altro un cambiamento ideologico importante: pur con iniezioni letali di futurismo, l’approccio dei primi mantiene sottesa un’idea romantica dell’artista che la nuova truppa di velocisti, fondata su anarchia e luddismo, scansa totalmente

Il primo, Budakhan Mindphone (1999, 5.0), è una raccolta per completisti che ne rappresenta l’ideale corollario (o meglio le session mancate), il secondo, Maximum Priest EP, ha il pregio di riportare il sorriso a Tom con alcune gag mortuarie (1999, 6.5); Selection Sixteen (Warp, 1999, 6.8) infine, con i suoi 45 minuti, è un album a tutti gli effetti che lo fa entrare di nuovo e a pieno titolo nei ranghi elettronici del continuum breakbeat. Con gli Autechre in procinto di abbandonare le figure ritmiche prevedibili, Squarepusher si fa pallottola di precisione, acida e metallica (Square Rave, Schizm Track #1), salvo concedersi al solito qualche poesia electro (Tomorrow World) e, novità, cimentarsi in quanti più generi e stili possibili: spettralismi da accademia francese (The Eye), sampledelia post-rock che richiama in causa i Tortoise (Cool Veil), visioni di Richard D. James (Time Borb), standard acid Warp (Dedicated Loop), smascellate technoidi (Snake Pass), una manciata di session slap sotto forma di brevi interludi (Freeway, Yo), reprise di cacofonie (8 Bit Mix 2) e l’ospitata del fratello oltranzista (Ceephax Mix) le cui voglie acide aleggiano un po’ in tutta la tracklist.

2000 / drill vs breakcore

Il passaggio agli anni 2000, per la scena elettronica, è un momento delicato. La scena jungle è una faccenda per nostalgici, i nuovi hipster londinesi sniffano coca ascoltando il 2 step, l’underground hip-hop londinese macina rime urbane (l’UK Garage, il nascente fenomeno The Streets), il glitch ampiamente assimilato (e già in china) impone texture elettroniche a forte tasso di contaminazione e crossover tra i generi (Microhouse, Techno concreta, vedi Matmos…) e le forti accelerazioni e in generale tutto il post-modernismo, dalla visibilità nei 90s, tornano ad essere una faccenda di nicchia. A partire dal 1997 la Ambush Records di Toby Reynolds (DJ Scud) e Jason Skeet (Aphasic), la Bloody Fist di Mark Newlands e la Planet Mu dell’amico di James Mike Paradinas (a rimorchio), capitalizzano la rivoluzione drill’n’bass e spingono per le mutazioni genetiche. Il tag breakcore inizia a girare, e non ci vorrà molto, con il canadese Venetian Snares e alcuni dei protagonisti della brulicante scena californiana raccolta attorno alla label Tigerbeat6 (Lesser, Blectum From Blechdom e lo stesso owner Kid606), perché cominci a svilupparsi un circuito internazionale specializzato.

Tra la drill di Aphex Twin e Squarepusher e il breakcore, c’è senz’altro un cambiamento ideologico importante: pur con iniezioni letali di futurismo, l’approccio dei primi mantiene sottesa un’idea romantica dell’artista che la nuova truppa di velocisti, fondata su anarchia (mash-up furente) e luddismo (amore per il noise), scansa totalmente. Alla scientifica parcellizzazione e scomposizione del continuum dance britannico, i breakcorer malati di patchwork e crossover si rifanno alla primigenia Digital hardcore di Alec Empire (il primo breakcorer secondo molti), fagocitando tutto ciò che può suonare estremo e sabotante: naturale la combutta con metal, suoni concreti, sabotaggi di Roland e passi dell’oca gabber.

Tra le discussioni sul primo Tom Jenkinson presenti nei commenti del portale Discogs è interessante notare come anche le prime produzioni del musicista, per alcuni fan, non siano mai catalogabili come gabber (anche se obiettivamente è chiaro che per quella china il passo è brevissimo); i breakcorer, al contrario, non vedono l’ora di venir spiazzati da nuove scorie soniche. Non è un segreto che questo ritorno a un rinnovato spirito punk sia visto all’epoca come una ventata propositiva rispetto all’irregimentata produzione anglosassone e non è un caso che Drukqs, la monumentale raccolta di trapani e inframezzi di piano preparato firmata Aphex Twin nel 2001, assuma a tutti gli effetti i connotati della fine di un’epoca o di un cambio di visuale.

My Red Hot Car (gone plastic)

Squarepusher, beffardo e impermeabile alle mode (ma non del tutto indifferente ad esse), ne è consapevole e pensa a sua volta allo iato. Lo stesso anno pubblica Go Plastic (Warp, 2001, 7.5), il gemello cattivo di Music Is Rotted One Note, l’album che contiene gli episodi più estremi – leggi con il più alto tasso di sample per secondo – mai incisi dal Nostro. L’album si apre con uno scherzetto, My Red Hot Car, una presa in giro del 2 step, una sorta di tardiva (e non altrettanto spettacolare) risposta a Windowlicker di James, nonché il primo (unico?) quasi singolo del Nostro. Ancora una volta il dialogo con l’Irlandese è a metà tra la sfida e l’omaggio: dove lui si prendeva gioco del mainstream americano, Tom prende di mira la moda brit del momento tradendone e complicandone il verbo.

Il Go Plastic vero è un altro, è un lavoro che cerca continuamente di smarcasi brano dopo brano, frammento dopo frammento, fino alle vette di ferocia electro più estreme (Greenways Trajectory). Nel percorso c’è del sublime: il dub electro schizoide Go Spastic ma anche uno statement definitivo come My fucking sound e tutta una serie di piccole maniglie di salvataggio – riconoscibili pieghe funk, gigionate 8 bit (Boneville Occident), carezzevoli sinfonie altezza Richard D. James album  (I Wish You Could Talk), hip hop (Plaistow Flex Out) o dub/2 step (l’inizio e il finale di The Exploding Psychology) – che non sono altro che crudeli tranelli per rendere ancor più efficace la detonazione e l’inevitabile sfacello sonico.

Go Spastic ma anche uno statement definitivo come My fucking sound e tutta una serie di piccole maniglie di salvataggio

Go Plastic è – e rimane – il disco hard-tronico per eccellenza nella discografia squarepusheriana, quello che meglio d’ogni altro fa brillare la componente ragga del tessuto junglista; in pratica, seguendo l’interpretazione di Reynolds, questo è il disco breakcore secondo Jekninson, ma anche il miglior seguito agli esperimenti di jazz-cubista di Hard Normal Daddy. Di fatto l’unico trait d’union possibile è rintracciabile proprio tra le pieghe di una spettacolare sample-mania ritmica, ultraveloce e ultradettagliata, operata sulla fascia più nera e clubbista della jungle. Una sorta di botto osservato a molteplici velocità, proprio come un bel film di Guy Ritchie. Un difetto: probabilmente il non aver dosato lo humor a tutto tondo dell’insuperato capolavoro (e proprio partendo da questo grimaldello, Venetian Snares lo supererà).

Rockstar

Al nadir della drill’n’bass, e per tutti i motivi ora elencati, l’album è comunque riuscito e un successo a livello di audience. Tom diventa una star – anzi, una rockstar – che al contrario della stragrande maggioranza dei colleghi elettronici può vantare un pubblico trasversale, forse microgenerazionale, proprio come quello degli Atari Teenage Riot. Non è un caso che le tournée seguenti lo vedano, gasato e testosteronico, comportarsi come tale. Ne troviamo testimonianze in quel misto di genialità e di tronfia indulgenza che sono i lavori successivi spalmati in tre anni: Alive in Japan (Warp, 2002, 6.5), CD allegato all’album a firma Squarepusher, Do You Know Squarepusher e Ultravisitor (Warp, 2004), un inedito lavoro registrato senza soluzione di continuità tra studio e live recording.

In Do You Know Squarepusher (Warp, 2002, 7.3), titolo falsamente retorico, Jenkinson prende posizione contro chi lo vuole già pronto per i libri di storia. In 33 minuti, il rinnovato Squarepusher, a partire dalla track omonima, rivisita – e questa volta entrando nel merito – la 2 step, codifica l’hip hop dell’UK Garage (F-Train), esamina l’ostica electro dei compagni d’etichetta Autechre (Kill Robok, Mutilation Colony – ricordiamoci che Gantz Graf è dello stesso anno). E naturalmente, come d’abitudine, riprende i dada ragga-step della prova precedente (Anstromm Feck-4) al top della forma. Ciliegina (per i fan): la cover, in one man band ovviamente, di Love Will Tear Us Apart dei Joy Division.

Tom muove piccoli passi in nuove direzioni ad ogni nuova prova lunga e questa volta la regola è “non più di una settimana per incidere un brano”

Tanto è entusiasmante ascoltare Squarepusher improvvisare sulle macchine sulla media distanza, quanto invece è faticoso sopportarlo negli slanci chilometrici, specie dopo il bagno di folle live. Ultravisitor è il primo album con Tom Jenkinson in copertina, un primo piano naturale e non deformato alla maniera di Aphex Twin. Niente maschere, il ritratto è una fotografia in stile folksinger con tanto di basettoni. L’album, il relativo corollario. L’ironia è che il folk firmato Squarepusher è una radiografia di un cuore in preda agli attacchi di panico, con una manciata di noiosi strumentali a contorno (Lambic 9 Poetry è puro riciclaggio) che toccano territori post-rock (Tetra-Synch, Circlewave) e chitarre rinascimentali (Andrei) o spagnole (Every Day I Love).

Difficile reggere l’autoindulgenza di ottanta minuti che non prevedono sorriso alcuno e che hanno richiesto una quantità incredibile di ore di composizione. Quando Tom spinge a tavoletta pare goffamente rispondere alla rapida ascesa del breakcore (l’attacco di Steinbolt, una sorta di spasmodico free form metal, una casualità?) e il poco di buono è confinato in retroguardie avant jungle (la title track soprattutto) o nella sua versione dell’hip-hop versante Dälek (50 Cycles, traccia che ha richiesto più di un mese di lavoro); allegato alla versione giapponese dell’album c’è Square Window (Warp, 2004), un mini di 5 tracce in area idm lato melodico (Abacus 2, Hanningfield Window) con l’highlight Venus No. 17, traccia in electro stepping metallico tra rinnovata ironia e crescendo lineare (presente anche un omonimo EP con remix e un inedito, Tundra 4).

Due anni più tardi esce Hello Everything (Warp, 2006, 6.8). Ai detrattori la tracklist sembra un best of di ciò che il musicista ha sfornato fin qui, ma si sa, Tom muove piccoli passi in nuove direzioni ad ogni nuova prova lunga e questa volta la regola è “non più di una settimana per incidere un brano”. Nelle discrete Hello Meow e Bubble Life torna il concetto di one man band suggerito peraltro dalla copertina sempre in stile 70s, eppure, piuttosto del solito prog e jazz-rock, l’elettro-fusion di Squarepusher si fa 80s, exotica e decisamente rilassata rispetto ai suoi standard. Theme from Sprite conferma l’approccio antitetico rispetto a Ultravisitor, con Tom che cerca nell’immaginario del session man da cocktail lounge e lo schiaffa su Marte. E’ un bagno ristoratore a confermarlo: una cascata di moog e cosmica, strumenti e generi che stanno germogliando in ogni dove nell’underground mondiale (da The Arp a Expo 70). Come sempre l’impermeabile Tom in verità ci sente benissimo: Circlewave 2 riprende la chitarra flamenco, Planetarium parte junglista, entrambe s’immergono in una piscina synth-o-rama; stessa cosa i pezzi più acidi come Welcome To Europe e Plotinus. Disco ingiustamente sottovalutato e prova compatta nella discografia di un musicista che ormai sì, è faccenda per fan (che non sono pochi) e forse troppo manierista.

Tom si toglie l’ennesimo sfizio: Solo Electric Bass 1, episodi per solo basso e amplificatore che danno pieno sfogo alla versatilità jazzistiche del Nostro, in un album ovviamente compiaciuto ma nondimeno intelligente e musicalmente avvincente.

Nello stesso anno Squarepusher partecipa a Warp Works & Twentieth Century Masters (2006), un lavoro in 2 cd pubblicato dalla sodale Warp contenente alcuni live delle London Sinfonietta alle prese sia con la musica di classici contemporanei come Cage, Ligeti, Reich e Stockhausen sia con composizioni di musicsiti dell’etichetta come il solito Aphex e appunto Tom Jenkinson. Scopo del progetto è quello di «esplorare le connesssioni tra gli sperimentatori della label britannica e i loro padri», dichiara apertamente la scheda stampa, ma il disco risulterà tanto tautologico sulla carta quanto nei risultati, proprio come la traccia del nostro qui inserita, The Tide (per l’occasione arrangiata da David Horne) composta originariamente per il citato Budakhan Mindphone del 1999.

Just a …Shobaleader One

Altri due anni ed è la volta di Just a Souvenir (October 27, 2008, 6.0). Spunta il vocoder ad espandere il pop del precedente album (una divertente The Coathanger), tornano le chitarre flamenco (Yes-Sequiter), ma il cuore dell’album non è più una faccenda di tastiere bensì in mano a un power trio bello e buono per chitarra, basso e batteria. Jenkinson va a parare nei King Crimson hard e (pre)math di Red e nel jazzcore e la cosa non sorprende nessuno. Delta V e The Glass Road sono gli episodi più metallici, il resto ci dà di progghismi cervellotici neppure troppo saputelli (Planet Gear, Tensor in Green, The Glass Road), con qualche punta sbarazzina a mitigare (Potential Govaner). La china ultra manierista è per forza di cose direttamente proporzionale alle stroncature che arrivano puntuali e da più parti e Squarepusher sa benissimo di non poter continuare oltre su questi binari.

In Numbers Lucent (Warp, 2009, 7.0), un eppì di quasi 25 minuti, la mossa torna elettronica e in un momento di revivalismi rave, il Nostro risponde puntuale con Zounds Perspex (synth pastiche di fusion, tastiere citazioniste) e un fare exotic-pop ereditato dalle ultime prove. Curioso vedere Tom cimentarsi in territori house (Paradise Garage), quando nei primi Novanta era da tutt’altra parte. Intelligente il missato di tastiere che tornano protagoniste, marcature cartellino Settanta, qualche spunto disco, basso slap contenuto e i labirinti sonici godibili.

Lo stesso anno Tom si toglie l’ennesimo sfizio, ovvero Solo Electric Bass 1 (Warp, 2009), una session limitata a 850 copie per dodici tracce incise live alla Cité de la Musique a Parigi all’interno del festival “Jazz à la Villette 2007”. Come dice il titolo, sono episodi per solo basso e amplificatore che danno pieno sfogo alla versatilità jazzistiche del Nostro, in un album ovviamente compiaciuto ma nondimeno intelligente e musicalmente avvincente.

E arriviamo al 2010. Sempre all’interno degli ensemble virtuali, Jenkinson architetta il primo, vero, album pop (mascherato). Questa volta è un quartetto virtuale a suonarlo, lo Shobaleader One, con la dicitura “Squarepusher Presents” a indicarlo come side project a tutti gli effetti. Eppure il discorso per d’Demonstrator (Warp, 2010) è il medesimo di Just a Souvenir, sia per quanto riguarda l’idea di vocoder pop qui estesa a formato base coprendo lo spettro Krafwerk, Giorgio Moroder e Daft Punk (Plug Me In, Into The Blue, il funk di ripiego di Endless Nights che si colora metal sul ritornello), sia per il recupero del metal attraverso la lezione Frippiana sopracitata nella finale Maximum Plank. Nota d’interesse per il 2012: la batteria quasi-dubstep nella popadelica Abstract Lover, insieme ad un rinnovato uso di tastiere che anticipano la svolta aggressivo/melodica che Jenkinson dichiarerà essere il pretesto sonico per la definizione di Ufabulum (Warp, 2012).

Music for Robots, un mini album composto da 5 tracce suonate da Z-Machines, cinque robot assemblati per produrre musica con 78 dita e 22 braccia creati da un team di studiosi giapponesi diretti da Kenjiro Matsuo

First Things First

Pubblicato in un 2012 dove nell’elettronica domina il massimalismo sonoro e l’EDM (vedi Skrillex, Rustie o Major Lazer), Ufabulum rappresenta per Jenkinson un ritorno alle origini che si rifà a molti degli elementi che hanno caratterizzato la sua prima fase di carriera, come electro, idm, 80s synth music e drill’n’bass. Ma il disco è qualcosa di più di un oggetto musicale: utilizzando un software autoprodotto circa nel 2005 e in continua evoluzione da allora (il video-synthesiser), Tom lo vede come parte di una sinestesica fusione tra musica e immagini. Nell’edizione speciale, al disco viene allegato l’EP di tre tracce Enstrobia (Warp, 2012, 6.8), che conferma la passione altalenante per il synth-pop squadrato (Angel Integer, Panic Massive) e per l’avanguardia (40.96a dipinge visioni industriali à la Blade Runner). Sia come sia, l’aspetto più interessante del nuovo Squarepusher è un live (vedi la preview al Fort Mason) fatto di macchine, un casco elettronico e uno schermo led, uno show techno-minimale che sembra portare tributo a Ryoji Ikeda ma per nulla accomodante in quanto a volumi.

Due anni più tardi è la volta di Music for Robots, un mini album di 23 minuti che spinge l’acceleratore sulla tecnologia e le AI scegliendo viceversa una strumentazione e un approccio tradizionalmente da camera. Specialità: fusion, classica e prog sparigliate in cinuqe 5 tracce affidate ad altrettante Z-Machines, robot con 78 dita e 22 braccia creati da un team di studiosi giapponesi diretti da Kenjiro Matsuo. «In questo progetto strumenti familiari sono utilizzati in modalità fino ad ora impossibili», afferma Jenkinson, che da queste parti ha modo di spingere l’aspetto virtuosistico della sua produzione ad un nuovo livello.

Non occorrerà molto tempo per un nuovo lavoro firmato Squarepusher che torna nel 2015 con Damogen Furies, un disco che sostanzialmente riprende gli stessi ingredienti del precedente Ufabulum preferendogli un approccio più muscolare e diretto, pur sempre basato su melodia e aggressione ritmica, ma con mano più libera.

Come in ogni album di Squarepusher non c’è mai uno stacco netto tra un disco e l’altro, piuttosto tra una triade di dischi e quella successiva (una Dark Steering, per dire, avrebbe potuto trovare posto anche qui). Basso slap a parte, conclusa l’esperienza coi robot (a pensarci, l’ennesima delle sue incursioni one man band), rimangono tutti gli ingredienti di cui il Nostro è abile miscelatore, quali funk, fusion e jazz cubista, spremuti da lamiere electro, breakbeat radioattivi e synth che a volte possono acquistare minacciose arie da overture, rotonde videoludiche pop o mettersi in sfondo cinematico come la vecchia tradizione Warp comanda.

Ad essere messo da parte, però, è tutto un portato di zavorre prog-sinfoniche, un aspetto non di poco conto. Rayc Fire 2, uno dei brani che hanno anticipato il disco, è esemplare della diversa angolazione con la quale le tracce di Damogen Furies si presenteranno in cuffia, ovvero con avvitamenti di funk ed electro cartoon ad inseguirsi in libertà sul solito, funambolico, platform sonico, oppure attraverso dialoghi meno deragliati tra jazz e pop (Kontenjaz), o magari (ri)allineati tunnel acid strattonati da intermissioni industriali “alla pulsantiera” (Kwang Bass).

Conseguenza più diretta del nuovo approccio non è, come afferma Tom, un disco brutale e allucinatorio che spinge al limite la visceralità insita nella musica elettronica ma un ottovolante videoludico non troppo pericoloso (Stor Eiglass), dove puoi goderti la vertigine ma anche alcune aperture panoramiche, una “sprezzemolata junglista” più incisiva e “in chiaro” e – perché no – pure qualche contatto umano sotto forma di ironia (che ha sostituito i feroci sarcasmi 90s, vedi Aphex Twin, Venetian Snares e lo stesso Squarepusher).

In pratica, diversamente da Syro, arriva prima il gioco dell’adulto capace di frenarsi dallo strafare che l’ingegneria, lo sfoggio di macchinari e le strategie multimediali e, giunti a questo punto, è un ottimo risultato per chi ascolta e per un musicista in grado di suonare con rinnovata verve in mezzo a uno stratificato background di influenze compositive; un uomo che comprende il grado di storicizzazione dei suoi idiomi e non se ne fa condizionare. Alla faccia delle retromanie.

One man (real quartet)

L’anno successivo, Tom si unisce ai già numerosi artisti che hanno espresso il loro punto di vista sulla Brexit (tra i quali citiamo Thom Yorke, Pj Harvey, Anohni, Massive Attack e Bat For Lashes) condividendo un brano inedito, MIDI sans Frontières (reso disponibile anche per il download sul proprio sito assieme allo spartito e ai suoi elementi di base – stems) e pubblicando un’interessante lettera aperta.

E a marzo 2017 è la volta del ritorno di Shobaleader One con un album, Elektrac, che si pone come greatest hits di 11 brani di Squarepusher suonati dal vivo in studio da un quartetto in carne ed ossa, composto dal producer e da loschi figuri quali Strobe Nazard, Company Laser e Arg Nution. Il disco è la scusa per un tour che vede impegnata la formazione in una serie di date estive (vedi il video promo condiviso dove la band esegue Journey To Reedham) all’insegna di un complicato jazz funk tanto cervellotico e free quanto retromaniaco e fusion, condito di spazialità dub e retrogusto Blaxploitation. Il rimando è alle atmosfere dei (soliti) Miles Davis (quello di Bitches Brew), Weather Report e spin off vari, per un’esplosione di 70s diametralmente opposta, vuoi per estetica, vuoi per finalità, rispetto alle ultime due prove discografiche in solo. Se quest’ultime hanno rappresentato un ritorno al futuro per l’istrionico musicista qui, all’opposto, ci si immerge in un passato remoto per far rivivere la musica amata dal padre di Tom inscenando un “prequel” ai brani di Squarepusher.

Shobaleader One è pur sempre un side project ma nuovi accadimenti biografici e cortocircuiti temporali risultano alla base pure del nuovo lavoro di Squarepusher. Durante un soggiorgno nel Træna, ai confini con il circolo polare artico in Norvegia, sede peraltro dell’omonimo festival, Tom si rompe un braccio ed è costretto ad appendere il basso al chiodo per un po’. Nello stesso periodo muore l’amico d’infanzia Chris Marshall. I due avevano iniziato assieme a svuluppare la passione per la produzione e il miglior modo per omaggiare l’amico scomparso rende naturale la ripresa di alcune delle macchine con le quali i due avevano iniziato a suonare. La nota stampa le elenca meticolosamente (Roland SH-101, TR-909, TB-303, lo Yamaha CS80) e tra i diversi modelli spicca anche il glorioso PC degli anni ’80, il VIC 20 della Commodore.

Il risultato è Be Up A Hello, disco che segue a ben un lustro di distanza Damogen Furies ma che a differenza di quella prova, che spingeva l’acceleratore su software e innovazione digitale, si concentra invece su un set caratterizato da strumenti vintage (ma non solo). Come già il producer aveva fatto intuire durante lo show per i 30 anni della WARP (luglio 2019) il nuovo capitolo è coerente con i fondamenti dance elettronici dai quali proviene, eppure slegato da purismi, citazionismi e nostalgie. Interventi di non precisato digital hardware, assieme alle sopraditate premesse biografico artistiche, pongono il necessario scarto produttivo tra un ridondante lavoro di retroguardia e quella che è invece una viva ed estemporanea celebrazione della scena DIY rave dell’Essex dalla quale Jenkins proviene. Più in generale, parliamo di un ritorno a quella breakbeat elettronica che ha dato i natali a generi come jungle, drum & drill’n’bass e breakcore ma più che un ritorno sarebbe meglio parlare di febbrile (ri)scoperta.

Come era successo per Damogen Furies, anche qui ogni composizione è stata suonata dal vivo in studio e poi accantonata per dar spazio alla successiva. Abbiamo così un disco che, come da tradizione squarepusheriana, alterna sconquassi vorticosi a momenti più meditativi anche in continuità rispetto all’esperienza Shobaleader One. Vortrack, che anticipava la prova, è forse il pezzo più emblematico con il suo metter in pista una retrofuturistica missiva spedita sui binari di un nervoso stomp robotico sul quale s’avvinghiano tentacoli acid e mani di nero darkcore. Sul resto è presto detto: si va da ritrovati standard braindance (Speedcrank) e affondi acid sul lato techno della faccenda, qualche rimando chiptune a inizio scaletta che fa tanto amarcord (dallo spumeggiante happy tune agrodolce di Oberlove al Giappone pixelato in 8bit dell’adorabile Hitsonu) e alcune parentesi ambientali (Detroit People Mover). A dominare modi e mood è comunque questo insidioso e corroborante humus pre-junglista (Terminal Slam e Nervelevers), il dichiarato omaggio jenkinsoniano alla sopracitata scena, il terreno di coltura rave che ha dato vita ai Prodigy ma anche agli Smart E e agli Urban Hype.

Jenkinson evita un disco fatto di hoover sound, kiddy rave e campioni rubati ai Public information film britannici, per restituirci così uno Squarepusher che torna al passato per riguardare al futuro. Futuro che peraltro sembra già passato a giudicare dal clip relativo alla tracca Terminal Slam affidato al regista giapponese Daito Manabe, fondatore dei Rhizomatiks (un gruppo di artisti, programmatori e DJ) e già collaboratore del Nostro dai tempi di Music for Robots.

In estrema sintesi, e con le dovute approssimazioni, Be Up A Hello potrebbe rappresentare l’equivalente della serie Analord di Aphex Twin: lì c’era l’acid, qui l’hardcore breakbeat, ovvero la broda dalla quale le musiche dell’omonimo continuum si sono in seguito sviluppate. Inoltre è il terzo ritorno al futuro per Jenkinson che come si sa ama le trilogie. Staremo a vedere il prossimo capitolo discografico dove lo porterà.

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