• Ott
    13
    2017

Album

Loma Vista

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Da una che trasforma in performance artistica ogni uscita pubblica, video o concerto – sfiorando a volte il surreale, come dimostra uno dei suoi travestimenti più celebri – un po’ alla maniera dei grossi nomi del pop (ma con una originalità decisamente superiore) o se volete delle avanguardie artistiche meno inquadrate (riguardatevi le provocatorie auto-interviste uscite di recente sul profilo Instagram ufficiale), fa strano ascoltare dichiarazioni sul nuovo album del tipo «Masseduction è diverso, è praticamente in prima persona». Considerata poi anche una copertina che più laccata e artificiale di così non si potrebbe, capace di giocare mirabilmente col kitsch e l’autoironia sommando colori anni ottanta a particolari anatomici de-umanizzati e quasi plastificati. Siamo più propensi a credere che i tredici brani del disco siano invece una media ponderata tra il «non mi piace quando i musicisti trasformano i loro dischi in diari o terapie. E’ un processo che rimuove quell’istinto profondo e quell’immaginazione necessaria a creare qualcosa che trascenda [la dimensione personale]» (da un’intervista rilasciata al Guardian lo scorso agosto) e una sana voglia di esporsi, donna tra le donne ma anche tra gli uomini («Boys! I am a lot like you / Girls! I am alone like you» canta Annie Clark in una Sugarboy a metà strada tra il Moroder dei Settanta e i Talking Heads).

Di certo, tra gli obiettivi di Masseduction c’è anche quello di descrivere una contemporaneità spietata e voyeuristica che centrifuga e annulla ogni forma di umanità. Nel farlo, Annie Clark partorisce il suo disco più pop ed “elettronico”, ma con una memoria genetica che non rinnega nulla del suo passato trasversale e “modernista” da near future cult leader (Fear The FutureYoung Lover), qui perfettamente integrato nelle tematiche trattate: un brano come Masseduction ha l’obliquità funk robotica di un Prince dei tempi migliori, tra versi che rimano su una «mass destruction» che non lascia molto spazio all’immaginazione e ciniche ammissioni come «I can’t turn off what turns me on»; Pills è una filastrocca anfetaminica costruita su allitterazioni, assonanze, strette rime, beat sintetico e chitarra elettrica («Pills to wake, pills to sleep / Pills, pills, pills every day of the week / Pills to walk, pills to think / Pills, pills, pills for the family») e con una malinconia collaterale in chiusura che chiama in causa il sax di Kamasi Washington; in Los Ageless – emblematico il gioco di parole, sottolineato anche dal video del brano – la metaforica metropoli americana si trasforma in uno stato mentale claustrofobico che genera un senso di perdita angosciante («How can anybody have you and lose you and not lose their minds too?») su una wave a tratti dalle mire cinematiche, solcata da riff vicini al noise.

La St. Vincent in prima persona c’è davvero in questo disco, ma ci pare che si ritagli un piccolo diario personale soprattutto in brani come il singolo New York – con quei crescendo strategici e quei «motherfucker» messi lì a destabilizzare il tono placido e fondamentalmente pop del brano (del resto a co-produrre il disco c’è Jack Antonoff, già al lavoro con calibri come Lorde e Taylor Swift) – e in una Happy Birthday Johnny voce, lap steel e pianoforte che ha la grazia commovente – nella musica, ma soprattutto nel testo – di brani come Marry Me e il senso di catarsi di una Perfect Day di Lou Reed più malinconica e minimale. Per non tacere di una Smoking Section che chiude il disco con una drammaticità in stile Tori Amos che lascia quasi basiti, tale è il fascino che sprigiona anche negli arrangiamenti.

Masseduction è un disco che prevedibilmente finirà nelle top ten di fine anno di molti. E in fondo è giusto così, perché al suo interno non ci sono solo ottime intuizioni e grandi canzoni, ma anche un’estrema bravura nello svilupparle in una direzione ben precisa e coerente – un’idea pop-funk-rock rotonda, mai scontata, seppur pienamente stvincentiana – prendendo strade a volte tortuose, a volte conosciute, sempre intriganti. Come una Bowie in body leopardato, la Nostra ha ben chiaro come funziona il music biz, fa girare gli ingranaggi della comunicazione a suo piacimento, è consapevole del peso specifico del suo personaggio e della sua musica, ma è anche abbastanza sveglia da mantenere il fuoco sull’integrità dell’opera artistica, che rimane ancora (e per fortuna) il centro del discorso.

13 Ottobre 2017
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