• feb
    24
    2014

Album

Loma Vista

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Una copertina pop art/kitsch che rappresenta – parole della diretta interessata – una near-future cult leader; un setting mentale attentissimo ai dettagli e da sempre votato alla contaminazione; il solito puzzle musicale stroboscopico capace di complicarsi e arricchirsi disco dopo disco: cosa ci si potrebbe aspettare, del resto, da una che tra i suoi ascolti cita Stravinskij, l’hip hop, i Nirvana e Beyoncé?

Eppure Annie Clark è ben consapevole della direzione intrapresa, del suo essere al tempo stesso icona pop e avant, o come ama dire lei, di “vivere nell’intersezione tra accessibile e folle”. In questo senso, il quarto disco a nome St. Vincent rappresenta forse il passaggio più importante, oltre che la testimonianza fedele di un momento artistico davvero felice per la musicista newyorkese d’adozione. Dentro l’album c’è il periodo trascorso in tour con David Byrne per la promozione di Love This Giant (“David è davvero una persona artisticamente senza paura, e questo mi ha ispirato moltissimo”, ha dichiarato la Nostra a The Quietus), oltre a una concezione di musica che non è mai stata così umana e futurista al tempo stesso.

St. Vincent è forse il disco più talkingheadsiano della Clark (perdonateci il tiro “telefonato” ma inevitabile), nel senso che costruisce il suono su un fattore ritmico che non è più la variabile impazzita art-pop ma tutto sommato circoscritta del passato, quanto piuttosto il direttore d’orchestra di cluster sonori polverizzati e coordinati tra loro. Con un John Congleton riconfermato produttore artistico e bravissimo a trattare i contributi strumentali, decontestualizzandoli in una “partitura” sopra le righe ma capace di tradurre un immaginario coerente e per certi versi inedito. Una St. Vincent nuova, meno “ingenua e classica” di quella di Marry Me, apparentemente meno strutturata di quella di Actor, più concreta (rock?) e finanche psichedelica.

Il materiale, per quanto “trattato” in post-produzione, è estremamente immediato, organico, “suonato”. Un po’ perché la Clark è sempre stata una da chitarra elettrica, un po’ perché la poetica stessa della musicista è spesso “vittima del momento”, per quanto curatissima e cesellata. A testimonianza, il funky cibernetico di una Rattlesnake nata dopo una brutta esperienza nel deserto con un serpente, una Huey Newton ispirata da un’allucinazione con protagonista il fondatore del movimento politico delle Pantere Nere (per la cronaca, morto nel 1989), una Birth in Reverse che omaggia senza remore le onnipresenti teste parlanti. Il resto del programma viaggia su concessioni alla St. Vincent “classica” e melodica dei primi dischi (Prince Johnny, ma anche Regret), parentesi vagamente ambientali (I Prefer Your Love) e in generale su un approccio alla musica capace di aggiornare l’estetica più nota della Clark con tribalismi (Bring Me Your Loves) e cascate di synth.

Lasciatecelo dire: chi in passato ha scambiato le devianze e i voli pindarici tipici dello stile musicale di Annie Clark per una mancanza di equilibrio, ha capito poco o nulla dell’artista (album come Actor sono invece la dimostrazione di una complessità e di una ricchezza enorme, dal punto di vista della scrittura). Detto questo, St. Vincent è paradossalmente il disco più “canonico e normalizzato” di Annie Clark e quello che raccoglierà di più, crediamo, in termini di consensi. Il fatto che raggiunga questo obiettivo con un tale livello di creatività e senza fare concessioni, lo rende un caso più unico che raro.

22 Febbraio 2014
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