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Presentato nella selezione ufficiale della quindicesima edizione della Festa del cinema di Roma, Stardust di Gabriel Range segue le vicende di David Bowie tra il 1970 e il 1972 quando l’artista inglese s’imbarcò in uno pseudo tour americano con l’addetto stampa della Mercury Rob Oberman: l’unico, in un mondo non ancora “pronto” per Bowie, che avrebbe creduto nel suo genio visionario fin dagli inizi. La narrazione si dipana tra il racconto lineare del tour e magmatiche parentesi onirico-allucinatorie di flashback che riportano Bowie al periodo in cui dovette assistere alla chiusura in manicomio del fratello Terry. Episodio fondamentale che ispirò per l’appunto quell’album all’inizio tanto bistrattato e odiato per la sua evanescenza e oscurità: The Man Who Sold The World era una storia di reietti e spostati; case di cura e manicomi inquietanti; senso di malessere – la presenza del “seme cattivo” nella sua famiglia che l’avrebbe inevitabilmente influenzato – conglobante e che non se ne sarebbe mai andato.

Per parlarci della formazione artistica e identitaria di Bowie, mai doma e in divenire costante, Range predilige una chiave di lettura meno altisonante e più intima, viscerale, mostrando la fragilità dell’artista, o meglio del mito, e la sua – seppur oltremodo drammatica – interconnessione con gli angoli più oscuri della sua infanzia e adolescenza. In questo senso, potremmo dire che due temi in particolare caratterizzano Stardust: l’imponderabilità del ricordo (di tutto ciò che concerne il passato) e l’identità individuale di Bowie come immagine, riproduzione, perenne ricostruzione del proprio io-artistico ed interiore. Non a caso nel corso del film il protagonista – interpretato da John Flynn, che già abbiamo visto in Emma di Autumn De Wilde – non fa altro che ribadire la sua estraneità da un mondo che lo vuole “autentico”, “vero”, “se stesso”; lo stesso mondo che inorridiva vedendolo vestirsi da donna; che non ne capiva né accettava l’ambiguità, tentando costantemente di scioglierla e categorizzarla.

Temi interessanti se non addirittura fondamentali quando si vuole trasporre una storia di formazione di questo tipo. L’avevano già fatto James Mangold in Walk the Line Todd Haynes con il folgorante Io non sono qui su Bob Dylan,che ci presentavano sia il mito che la persona, in un’architettura formale ed estetica eccentrica e destabilizzante, specialmente nel secondo dei due (lo stesso Haynes in precedenza aveva affrontato “di lato” il mito di Bowie nel bellissimo Velvet Goldmine). In Stardust non c’è volontà di osare col mezzo cinematografico e, se non fosse per l’inizio alla 2001 Odissea nello spazio dove ci viene presentata la genesi di Space Oddity, immagini che avrebbero dovuto trasmettere ambivalenza e soprattutto inquietudine sono invece piatte: nonostante rappresenti il fulcro della storia, non riusciamo in questo modo a respirare l’essenzialità di quel momento storico-culturale per Bowie, quello che lo fece diventare Ziggy Stardust e che cambiò radicalmente l’iconografia pop musicale di quegli anni, né a percepire il travaglio identitario dell’artista e tanto meno quel distacco dal mondo e dai suoi codici che lo resero ultraterreno ed essenziale per chi in quel periodo attraversava il cambiamento, una “transizione” di cui Bowie/Stardust divenne portavoce.

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