Recensioni

6.7

Prova a rimettersi in piedi, Timothy Showalter, anima pulsante del progetto Strand of Oaks, giunto con Hard Love alla quinta prova discografica. Diciamola tutta, il cantautore orginario di Philadelphia non si è mai risparmiato arrivando a tradurre in musica episodi personali in grado di lasciare un segno talmente tangibile da trasformarsi in cifra stilistica. Era il 2014 e il Nostro ricacciava in Heal tutti i suoi demoni: dall’infedeltà della moglie passando per l’esperienza di pre-morte mentre era al volante della propria auto.

Hard Love riparte da lì. Con un piglio sicuramente meno pessimistico ma consapevole della fragilità dei rapporti personali (plausibile il riferimento al matrimonio da rimettere in sesto), sviscerati in una prova non del tutto esaltante ma sincera e allineata al percorso fin qui intrapreso. Un’istantanea del proprio universo interiore, condensato in appena nove tracce, dove sfoggiare le armi migliori: una scrittura vivida e suoni plasmabili, versatili e che seguono il flusso della narrazione. Fragili riflessioni e ciniche speranze che – grazie anche all’apporto di Nicolas Vernhes alla produzione – sembrano assumere forme sempre mutevoli tra le sue mani: le atmosfere morbide in crescendo dell’omonimo brano Hard Love che s’incrinano su versanti noise, il fragoroso indie-rock di Everything ma anche quella vena intimista e rumorosa (On The Hill / Quit It) che ricorda i primi U2 di The Joshua Tree.

Tante anime che si specchiano in una. Showalter prova a domarle inciampando in sonorità talvolta plastificate e stucchevoli. Tra gli episodi migliori la conclusiva Taking Acid And Talking To My Brother, ancora sull’asse Bono Vox, vicina per estro ad una Bullet the Blue Sky al limite del downtempo. Se musica è condivisione, allora Strand of Oaks sembra aver colto alla lettera il messaggio, anche se l’impressione è che ci sia ancora troppa densità da levigare, sfumare, disossare.

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