Recensioni

«Hello my son, welcome to Earth» è la strofa che apre la guida immaginifica messa a punto da Sturgill Simpons per il figlio di soli due anni. Un viaggio introspettivo nelle pieghe della vita terrena, connotato da riferimenti autobiografici, ricordi e speranze che assumono la forma di una traversata in mare aperto, con Simpson a far da timoniere. Lo spirito arrembante del musicista originario del Kentucky – dopo lo stato di grazia raggiunto col precedente Metamodern Sounds In Country Music – s’è ulteriormente rinvigorito grazie al fascio di luce offertogli dalla fortunata serie Vinyl, co-firmata da Mick Jagger, Martin Scorsese, Rich Cohen e Terence Winter, e per cui il Nostro ha realizzato la theme-song (Sugar Daddy). La parabola di Simpson rischiava di essere una tra le più underrated della storia recente, e invece in A Sailor’s Guide to Earth il musicista riesce a riconfermare la sua duttilità in materia di suoni, sostenuto da una vocalità che profuma di un nostalgico classicismo.
Un disco scaturito dalle suggestioni provocate da una vecchia lettera che suo nonno scrisse alla moglie e che ha tutta l’aria di una questione privata. Anche la produzione, infatti, si svincola da influssi esterni, affidandosi alla sola supervisione di David Ferguson e Sean Sullivan, cauti deus ex-machina nelle (tante) incursioni sonore del countryfolk-man americano. A Sailor’s Guide to Earth, dal punto di vista dei suoni e delle melodie, è un fragoroso caleidoscopio, talvolta volutamente sopra le righe, che spazia dal folk manierista (Breakers Roar) a edulcorate citazioni jazzy (All Around You), tutto ben snellito da punte swinging e polverosi crocevia in chiave southern-rock (Keep It Between The Lines) che incastonano i nove capitoli della “guida” in un tempo indefinito, dove vintage e contemporaneo si svecchiano vicendevolmente, incastrandosi alla perfezione. Tra le trame fitte disegnate dalla The Dap-Kings band, anima portante dell’album, Sturgill trova il modo di sovvertire le linee guida del grunge nineties per eccellenza ricamando una cover di In Bloom dei Nirvana su suggestioni a metà strada tra Marvin Gaye ed Otis Redding di The Dock of The Bay, in un costante crescendo di archi e fiati. Le ultime delicate pagine della “lettera” sono dedicate alla moglie (Oh Sarah) e al furore incandescente dell’anti-war song Call To Arms («Well they sent their sons and daughters off to die/ for some war to control the heroin»), imbastite su traiettorie pianistiche tipicamente honky tonk e che chiudono l’intensissima traversata, intesa come lascito per le future generazioni.
Con prodezze da fuoriclasse Sturgill Simpson crea una piccola opera fluttuante (come suggerisce anche l’artwork) tra delicatezza espressiva e ruvidità testuale. Un disco immediato e guidato da urgenze sonore capaci di renderlo efficace: una piccola gemma sepolta in fondo al mare e riportata finalmente alla luce.
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