Recensioni
Keiji Haino
American Dollar Bill - Keep Facing Sideways, You're Too Hideous To Look At Face On
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Tommaso Bonaiuti
- 20 Febbraio 2018

Vorrei che Keiji Haino fosse lo zio di tutti noi. Un tempo credevo che lo fosse Damo Suzuki, o Nick Cave, oppure ancora Iggy Pop o Paolo Limiti. Mi devo ricredere. Per chi tra di voi non lo conoscesse (credo pochi, se siete finiti a leggere queste poche e deliranti righe), Keiji Haino è uno dei personaggi più assurdi, peculiari e influenti oltretutto, della scena sperimentale mondiale. Troppo riduttivo porla così: Haino, dall’alto dei suoi 40 anni e passa d’esperienza, si è ritrovato a collaborare con un po’ tutti – da austeri santoni della mùsique concrète e del jazz psicotico come Peter Brötzmann e John Zorn a truci operai del settore siderurgico come Merzbow e Stephen O’Malley, accomunando tutte queste esperienze con un senso della ricerca e la volontà di sovvertire i canoni linguistici ed estetici della musica popolare contemporanea.
Questa sua frenetica attività di collaborazioni e contaminazioni lo ha ovviamente portato in un territorio di mezzo, esposto a qualsiasi tipo di compromesso (da lui, sempre e comunque serenamente accettato), stortura di naso e/o esternazione poco nobile dal metallaro di turno (ricordo di un suo live con Dylan Carlson in cui dal pubblico gli urlarono qualcosa tipo “levati la parrucca, coglione”), fino a che non sono stati gli artisti stessi con cui lui ha suonato (sarebbe meglio dire “performato”) che sono dovuti entrare coi piedi di piombo nelle scivolose paludi concettuali del Nostro; un personaggio talmente grottesco e imprevedibile, da venir radiato a vita dall’NHK, la radio nazionale giapponese.
Viene da pensare che Haino sia una sorta di parassita, come il facehugger di Alien, che si appropria clandestinamente delle tue cavità, e lascia germinare i suoi incubi e le sue fetide membra nel tuo corpo esanime. Bello, vero? Eppure, Haino è uno degli artisti contemporanei che meglio incarnano il Sacro, come qualcosa di tossico (sebbene lui stesso sia un vegano convinto, drug-free, astemio), come fattore contaminante, appunto, quando guarda ad altre forme compiute d’espressione artistica, sonora, fisica e verbale: è una forma senza contorni né colore, che abbraccia le altre e ne assorbe i connotati (anche qui, i paragoni fantascientifici si sprecano: pensate a La Cosa di Carpenter). Se il connazionale Damo Suzuki (artista al quale Haino è stato più volte accostato, col dispiacere di quest’ultimo) sovrastava le impalcature del blues, del rock free-form e della psichedelia, Haino le assorbe fin dalle sue radici, e prova a stravolgerne il corredo genetico: nato nel 1952 nella prefettura di Chiba, uno dei più grandi (e remoti) centri industriali del Sol Levante, Haino s’interessa subito alla tradizione popolare del teatro Kabuki e del Nō, ma subisce un progressivo e radicale processo di “occidentalizzazione”, cercando connessioni tra il folklore giapponese ed il concetto di “performanza” nel teatro delle crudeltà di Antonin Artaud; dice che l’epifania però è arrivata quando lui era un ragazzino, nei primi Settanta, ascoltando per la prima volta When the Music’s Over dei Doors.
Da qui in poi, la forma imbastardita di spettacolo con cui quest’ometto attrae ed inquieta orde di bizzarri cercatori di rame nelle periferie remote del rock & roll. L’ultima delle sue malefatte ha un titolo e una durata lunghissimi (si chiama American Dollar Bill – Keep Facing Sideways, You’re Too Hideous To Look At Face On e dura un’ora e un quarto più spicci), è il frutto di una jam ai Goksound studios di Tokyo con i Sumac di Aaron Turner (ex-Isis, in un trio che vede lui alle chitarre, il batterista-piovra dei Baptists Nick Yacyshyn e il bassista dei leggerissimi Russian Circles, il sig. Brian Cook) e dovrebbe essere l’oggetto di questa recensione – che recensione non è, ma cosa mai dovresti scrivere su un album che ha una traccia che s’intitola I’m over 137% a love junkie, and it’s still not enough? Parla da solo, anzi, suona da solo – anzi ancora, ha una consistenza materica, uno spessore rumoroso talmente tangibile che ci batti i denti contro. Si muove, cazzo. La cattiveria agonistica che Turner e i suoi ci mettono è commovente, roba tipo Gennaro Gattuso nei primi 25’di una finale di Champions League. Poi Keiji fa il resto, con la sua sana dose di urlacci alla Yoko Ono e i droni benefici che ti sturano meglio di un cucchiaio di propoli. Suona come uno di quei monster movies anni Sessanta in cui un Godzilla di gommapiuma sventrava palazzi di cartapesta a misura di pupazzo. Credo non ci sia altro da aggiungere, se non che è la possibile collaborazione dell’anno. Keiji Haino ha sessantacinque anni, ed è più figo di tuo padre. O di tuo zio, per dire.
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