• gen
    06
    2017

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Sony Music Entertainment

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Si è appena chiuso un anno avaro di soddisfazioni per l’indie rock inglese. O meglio, sono arrivate conferme lontano dalle classifiche (con Manchester sempre sugli scudi tra le malinconie dei Money e l’hype/anti-hype dei Cabbage), ma in ottica più generalista il periodo è decisamente di magra. Le poche soddisfazioni “commerciali” sono infatti arrivate da band affogate dai compromessi come i The 1975 (che almeno un minimo eclettici lo sono), i Catfish and the Bottlemen, i Blossoms o gli Hunna.

Consci che – fortunatamente – le sorprese sono sempre dietro l’angolo, il 2017 non sembra iniziare nel migliore dei modi. La primissima uscita dell’anno arriva infatti da una band che sembra (sia musicalmente che esteticamente) creata a tavolino per sfruttare appieno l’anonima – ma favorevole – scia lasciata dai gruppi appena citati. Stiamo parlando dei Sundara Karma, band di Reading guidata da Oscar Lulu il cui aspetto un po’ ambiguo e un po’ dannato non rispecchia una proposta sonora invece convenzionale e smussata, in cui un timbro potenzialmente duttile non viene (quasi) mai valorizzato. Le melodie sono troppo dirette per conquistare ad un livello che non sia solamente epidermico, le chitarre non graffiano e la produzione non permette di evidenziare nessuna intuizione stilistica degna di nota.

Prendete i Kings Of Leon meno genuini (dunque quelli post-Only by the Night), annacquateli ulteriormente con ruffianerie più eterogenee e avrete Youth is Only Ever Fun in Retrospect, il primo full-length di Lulu e compagni dopo un’intensa roadmap scandita a suon di singoli e EP (EP1 e EP2 del 2015). Un titolo sulla carta promettente (la frase «Youth Is Only Ever Fun in Retrospect» ha un certo fascino) diventa così l’esaltazione dell’ordinario. Tra gli episodi più trascurabili in una tracklist che regala pochi sussulti citiamo Happy Family, telefonato tentativo di abbracciare il fake-folk più radiofonico con un ritornello forzatamente epico/corale; She Said, che segue l’esuberanza di un certo pop-rock festaiolo (The Kooks e dintorni) che una decina di anni fa aiutò a mettere la parola fine al periodo d’oro dell’ultima grande ondata dell’indie rock britannico; la tediosa midtempo Loose the Feeling e una Watching from Great Heights, semplicemente insipida. Flame, invece, si ritaglia un abbozzo funky innocuo nel groove e vagamente irritante nell’ostentata ripetitività del chorus.

L’iniziale A Young Understanding, nonostante il retrogusto a cavallo tra fratelli Followill e i The Killers, non è neanche malvagia, così come non lo sono Loveblood (qui il “tiro” rock è meglio assestato) e Olympia, che se non altro può vantare onesti sentori heartland rock in una strofa che fa da apripista ad un ritornello, purtroppo, meno convincente. Comunque in generale la sensazione è che gli inglesi diano il meglio quando provano ad avvicinarsi a soluzioni che sembrano provenire dall’altra parte dell’oceano (la più distesa Be Nobody e altri frangenti simil-Arcade Fire).

Probabili futuri protagonisti dei più popolari festival inglesi, i Sundara Karma saranno anche appariscenti, ma hanno già metabolizzato le regole di un music business che non può e non deve più supportare un certo tipo di normalità stilistica.

18 gennaio 2017
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