Recensioni

7.5

Da tempo Anthony Child ha raggiunto la pace dei sensi discografici: senza obblighi o ansie da scadenziario, pubblica solo quando ne ha voglia e soprattutto quando ritiene che ne valga la pena. Il settimo album firmato Surgeon viene quindi quasi cinque anni dopo l’ultimo (Breaking The Frame, 2011), ma a poche settimane dall’uscita di Electronic Recordings from Maui Jungle Vol. 1, firmato con nome e cognome come già successo per altre sue escursioni nella sperimentazione elettronica, lontane dai dancefloor. Con From Farthest Known Objects ricerca e club possono invece andare d’amore e d’accordo, su un terreno industrial techno fedele alla cassa in quattro, fortemente fisico ma sempre sonicamente stimolante. L’album è l’ottimo risultato della recente infatuazione di Child per i modulari analogici (da quelli vintage degli anni Settanta ai più recenti Eurorack), che il Nostro utilizza per dare corpo e carattere ai suoi potenti DJ set (vedi per esempio Dekmantel 2015) o nei live del progetto Trade (in coppia con Blawan). Da queste macchine, con la sensibilità e l’esperienza ultraventennale maturata nelle più intransigenti sale chirurgiche/da ballo, Surgeon estrae suoni “vivi”, ruvidi e sfrigolanti, assemblati per costruire irresistibili bombe ritmiche. L’effetto non è così provocatoriamente brutale come nel caso delle passate esperienze British Murder Boys con Regis, ma neppure esclusivamente cerebrale come spesso accade per molti dediti al “knobanism”’(l’onanistico smanettamento delle manopole dei synth analogici): ne emerge un equilibrio tra energia e controllo da vero maestro.

Con queste sonorità da elettronica d’antan viene facile e immediato il riferimento allo spazio interstellare. Con i titoli delle tracce (i nomi scientifici attribuiti agli oggetti astronomici più lontani finora riconosciuti dalla comunità scientifica) e le dichiarazioni di lancio (dove Child fa riferimento a “pop hits trasmesse via radio da galassie distanti”) Surgeon gioca con i rimandi al mondo sci-fi e futuristico, che dal Pianeta Proibito in poi (la seminale soundtrack elettronica del film del 1956, a cura dei coniugi Barron) passando per i Corrieri Cosmici degli anni settanta kraut (le registrazioni dalla giungla Maui devono molto al nume tutelare Edgar Froese), arrivano a Jeff Mills e compagnia UR (le Waveform Transmissions, gli anelli di Saturno…). Il riferimento all’immaginario dei profeti detroitiani della techno ci sta, ma è più una maniera intelligente di connotare l’astratto senza aggiungere inutili significati posticci alla musica, sicuramente più terrestre e tellurica che diafana e figlia delle stelle.

C’è groove e consistency per tutto l’album, in continua tensione dinamica. Le otto galassie girano tutte oltre i 128 bpm, con l’imprevedibile e deciso suono analogico mediato e finalizzato dal digitale per un risultato nemico dei bitrate limitati e degli streaming youtubiani (da applausi il lavoro sull’equalizzazione, tra kick dalla forte personalità e medie e alte frequenze graffianti e volitive). L’incipit è – comme il faut – una dichiarazione d’intenti: pulsante animale in corsa, EGS-zs8-1 si candida già come una delle best tracks del 2016. Tante le suggestioni industrial eighties, imbastardite con influssi provenienti da altri mondi: le marziali Z8_GND_5296 e A1703 ZD6 sono mantra percussivi tra Z’ev e Muslimgauze; in SXDF-NB1006-2 le linee di synth della bowieana Speed Of Life sono date in pasto ai Coil; BDF-3299, tra tribal e minimal, è una sorta di Plastic Dreams dell’Antiterra; in GN-108036 e nella conclusiva BDF-521 Underground Resistance e Esplendor Geometrico si sfidano back to back. Un lavoro che non può lasciare indifferenti.

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