• mar
    02
    2018

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Secretly Canadian, Secret City

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Il Canada è un territorio vastissimo (secondo solo alla Russia), che estende il proprio confine con i cugini nordamericani per più di ottomila chilometri di catene montuose e boschi. Un paese bellissimo, super evoluto e con un tessuto sociale fittissimo e che ha saputo ben integrare qualsiasi tipo di popolazione migrante; una politica che non fa a spallate con la monarchia (ancora in vigore) e un tenore di vita tutto sommato ben oltre gli standard del continente Americano. Nickelback a parte, è una nazione che negli ultimi vent’anni abbondanti, dal post-rock all’indie, alle wave e oltre, ha coltivato un interessantissimo sottobosco indie e generato fortissime personalità degne di essere ascoltate ed apprezzate per unicità e intraprendenza: vedi i rumorismi dei Women e la loro evoluzione perversa, i Preoccupations (ex-Viet Cong), le visioni mistico/digitali della fatina Grimes, per arrivare alle spirali ipnotiche ed ascendenti di Jerusalem in my Heart, che ben rappresenta a suo modo quel senso di melting pot culturale di cui sopra. Anche il metal nel Paese si sta difendendo bene, con creature ibride come Big Brave e Baptists, e lo ha fatto a suo tempo verso la metà degli Ottanta, quando il genere stava subendo una brusca accelerata (Voivod).

Poi ci sono i Suuns, gruppo in un certo qual modo incomprensibile, sin dai primi ascolti del loro esordio, Zeroes QC, anno del signore 2010: un album “incompleto”, con tutti i difetti tipici delle opere prime, ma con un’idea, un embrione piuttosto ben formato di ciò che è e sarà, in futuro; un sound obliquo che tocca varie istanze della psichedelia, del kraut e più o meno di tutto ciò che si produce in schemi fissi e si affida ciecamente al rito della ripetitività. Ben Shemie e i suoi hanno l’intuizione, legando con un fil rouge quel tipo di “pensare la musica” e stabilendo che tutto sommato i Can non sono poi così distanti, almeno a livello spirituale, da ciò che sarebbe avvenuto una quindicina di anni dopo dall’altra parte dell’Oceano, a Detroit: l’elettronica, quindi, diventa un accessorio di lusso, calato però in un contesto prettamente analog e strangolato dalle distorsioni chitarristiche (qui utilizzati in maniera anticonvenzionale, e cioè come puro elemento ritmico e generatore di pattern o tappeti sonori), in un periodo in cui per giunta molte band indie che avevano fatto faville nei cinque o sei anni precedenti stavano cercando di aggiornare il loro codex con i synth e i suoni electro, chi più chi meno maldestramente. Loro invece stanno lì, climax che vanno su su, ma non sbocciano mai, non c’è drop: una musica in costante ascesa, che si tramuta in un’esperienza frustrante, che elude sistematicamente ogni aspettativa dell’ascoltatore e lo porta dove non si attende mai di finire, con percorsi sonori via via più impervi, e questa formula è reiterata e perfettamente replicata (se non migliorata) nei due album successivi – è un qualcosa che, concettualmente e spiritualmente, non è poi così distante dalla pointillistic trance di Senni.

Adesso, i nostri rilanciano con il quarto, Felt, molto atteso dopo il dipinto ipnotico di Hold/Still, una sorta di trip introspettivo che non cercava alcun tipo di mediazione con l’ascoltatore, ma vi si opponeva strenuamente (anche e soprattutto per questo, album non particolarmente compreso, anche se in linea generale ben accolto dalla critica): l’album, preannunciato dal brano Watch You, Watch Me, promette secondo le parole del leader meno stasi e più moto, sound uptempo e così via. Il disco si presenta con una bizzarra copertina color lime, in cui la mano di una statua sta per far scoppiare il palloncino, segno che la tensione accumulata nei lavori precedenti verrà, in un modo o in un altro, sfogata.

La sintetica del singolo, però, mente (almeno in parte) sull’autentica natura del disco, ma in un certo senso ne rispecchia alcune scelte stilistiche: c’è l’autotune, c’è una pasta sonora differente – alla produzione ritorna Jace Lacek (The Besnard Lakes) e al deck del missaggio rimane il validissimo Congleton –, ci sono dei passaggi tonali ascendenti e generalmente si prediligono le chiavi maggiori, ma come detto è solo metà del volto – abbiamo cose come X-Alt che rafforzano il debito di sangue con la techno, brani perfettamente bilanciati e costruiti su pochi elementi (Control, Make it Real), e altri in cui non sai in quale direzione vogliano andare e gli strumenti sembrano quasi “sfaldarsi” in una corsa ipercinetica (Daydream, altro pezzo con una parvenza di nuova luce), o in una tempesta di feedback e droni (lo shoegaze apocalittico di Moonbeams). Le dinamiche sonore sono, come al solito, gestite con estrema maestria, ma laddove un album come Hold/Still celava molto del suo contenuto, qui si preferisce mostrare nuove vie percorribili, nuovi universi possibili: un esempio è il sax, che non si sentiva nei Suuns almeno dal primo album (nel maelstrom di Gaze), e che qui non ritorna come elemento compositivo marginale, che si disperde tra gli altri, ma emerge con confidenza e dà un tono di colore a un brano notevole come Peace and Love – ennesima dimostrazione di come i canadesi abbiano una marcia in più quando si dedicano ad episodi più midtempo e meditabondi (anche Control cade su questo campo).

In questi termini, possiamo dire che Felt sancisce un ennesimo passo nel continuo aggiornamento della cifra stilistica dei Suuns, forse adesso meno impegnati ed interessati a “spaventare” l’ascoltatore, ma più propensi all’inclusione: tutto si modifica, si contamina e cambia armonicamente, ed è curioso constatare come l’elettronica stia via via svanendo, assorbita dall’ecosistema dominante, piuttosto che soggiogarla come accaduto spesso in altre band passate dagli hardware ai software. Questo è molto probabilmente il punto forte dei Suuns, ma ciò che li rende un gruppo affascinante e ben radicato nella contemporaneità è l’ibridazione, il senso di occulto e ignoto che è possibile ancora esplorare nei loro landscape digitali.

2 Marzo 2018
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