• mag
    12
    2014

Album

Mute

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Sembra, a giudicare dalle distanze di questo To Be Kind, che Michael Gira e soci ormai non si scomodino nemmeno se non per tirare fuori due ore di musica. Triplo vinile e doppio CD il precedente The Seer, identico formato – 10 tracce per due ore di musica – per questo ennesimo monolite e identiche pure le atmosfere, tanto dilatate quanto oppressive, che fecero di quel disco uno dei più acclamati del 2012. Mettiamoci anche che le composizioni sono state sviluppate, ammissione sempre del vecchio col cappello, durante il tour dell’album precedente – sorta di rodaggio on stage che ultimamente fa parte della pratica Giriana – ed ecco che viene facile pensare ad un album gemello (seppur diverso).

A venire duplicate, in quella che sembra ormai a tutti gli effetti la nuova era degli Swans – la terza? la quarta? l’ennesima? – sono, infatti, anche le atmosfere e l’immaginario evocato: imponenti ed epiche le prime, quanto soffocante e intrinsecamente swansiano il secondo, senza però mai cedere alle tentazioni più ferinamente cupe e violentemente nichiliste del passato.  

Ad avvalorare la tesi del disco gemello, poi, la centralità del monolite Bring The Sun / Toussain L’Overture che per durata (34 minuti) e peso specifico, gioca lo stesso ruolo paradigmatico della title track nel precedente. L’alternanza, cioè, delle aperture più ossessivamente e reiteratamente noise, tribali, acide e dilatate che lì erano l’architrave del pezzo e specchio dell’album tutto, con momenti più (ehm) riflessivi ed una non celata preferenza per una sorta di “endless groove”: una sciamanica nenia si materializza nella parte iniziale da una nebulosa noise alla maniera di cui sopra (come degli Om che guardino all’Inferno più che al Paradiso), ossia sognante e trascendente, per poi risalire vertiginosamente in un maelstrom violentissimo, riacquietarsi, trasfigurarsi in un delirio stregonesco e infine esplodere in una sorta di white noise del dopo-bomba.

Sulla falsariga di questo canovaccio – accomunate da un saliscendi umorale in cui le “classiche” dicotomie swansiane alto/basso, pieno/vuoto, trascendente/immanente, spirituale/carnale and so on trovano la loro compiutezza – si muovono le restanti tracce. Tra cavalcate in crescendo (Nathalie Neal, con chiosa intimista da brividi), crooning malato e devasto noise (la title track, piccola summa Giriana tra insanità Angels Of Light e escrescenze noise), “blues” catacombale d’impatto (Just A Little Boy (For Chester Burnett)), stomp rock malatamente circense (A Little God In My Hands), noise-rock circolare e reiterato (Screen Shot), reminiscenze dell’età di mezzo (una She Loves Us!, monumentale nella sua ossessività) è come al solito l’insieme del tutto a dare un senso ai dettagli e ai singoli pezzi.

È ormai acclarato come sia proprio questa idea “totalizzante” – che unisca, cioè, performance live e riduzione discografica, assieme alla perenne ricerca di una “heavyness” ideale più che materiale, disturbante piuttosto che apertamente violenta – la chiave di volta per introdursi in questa nuova era degli Swans. In cui Gira è ormai il santone/padre-padrone (ma lo è sempre stato, no? leggete l’intervista su questo numero per fugare ogni dubbio) cui interessa poco essere kind o meno, accondiscendente o meno, ed in cui è il moloch ad essere posto al centro di tutto. Il sacrificio di chi ascolta è la via per la sua personale catarsi. Cosa resta se non abbandonarsi?

6 Maggio 2014
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