Recensioni

7.3

Eternal Champ era in fin dei conti il mero e sano cazzeggio di due fratellini (Joel e Nathan Williams) in fissa coi videogiochi e certa electro più vicina agli insegnamenti di J Dilla e Shadow: un semplice esercizio per ammazzare il tempo, mentre il gioco (quello vero) per Nathan, il maggiore dei due, stava tutto nel catapultare la sua band dallo stato di culto allo stardom – i Wavves, una delle tante band garage spuntate come funghi sulla Baia ad altezza Jay Reatard o giù di lì, ma che a differenza di molte altre (forse anche meno talentuose, vedi Fidlar) sono esplose in un boato immane per giusto un paio di album per poi tornare al loro dolce letargo. Poco male, dice il manipolo di druidi con una lattina di Red Bull in mano e i colori del Nintendo 64 che scoppiano sullo schermo a tubo catodico: non aspettavamo altro che il degno successore di quel meraviglioso cazzeggio, a suggellare l’ipotesi (piuttosto diffusa) per cui se quell’Eternal Champ (pieno di beat hip hop, atmosfere da spiaggia e campionamenti da Donkey Kong e Ghost N Ghouls) l’avesse registrato chessò, un Flying Lotus, tutti avrebbero gridato al capolavoro.

Questo, che è il capitolo successivo, si presenta con tutti i crismi dell’operetta freak e cazzeggiante – a partire dalla cover “evoluta” che richiama quella in 8 bit del precedente, fino alla data d’uscita alquanto simbolica (4/20) e, ovviamente, i riferimenti estetico-culturali di cui sopra: ci sono gli immancabili suonini da videogioco, i campionamenti dai film trash anni Ottanta, i “bonus level” messi qua e là a far da collante e un’idea di mixtape che però suona molto meno mixtape del primo capitolo – i brani sono molto spesso “slacciati” l’uno dall’altro, non concedendo un senso di continuità, con il cut-and-paste che costruisce una sorta di mostro di Frankenstein fatto di vari suoni e riferimenti: c’è la french house mutante della doppietta iniziale Rip Cord – Hit and Run, dubstep eterea e glitch distorti (Stalker, And Then You Die, Wet Suit Jinx) e una buona dose di nonsense sotto forma di field recordings. Qualcosa che senza troppi scherzi potrebbe ricordare dei Mothers digitali in We’re Only in it for the Money o certe cose di Joe Meek (Lady Jae, Tunnel Rat), fino all’epilogo, l’afrobeat velenoso e sgangherato di Mutt and Junkyard.

Il pentolone è pienissimo, l’atmosfera vagamente freak richiama le tinte giallognole dell’ultimo Washed Out e, in questo, Eternal Champ II non delude le aspettative, sebbene suoni leggermente meno coeso e consequenziale del primo, per quel fatto della produzione a mixtape di cui sopra, e nonostante una distorsione quasi reiterata per la maggior parte delle tracce; eppure, l’ascolto fila liscio e lascia un piacevole aroma di orange kush sul palato, un sorrisetto ebete sul volto e via, a raccogliere palline rotolando a mille all’ora con un porcospino blu per altri dieci, dodici livelli.

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