Recensioni

Diciamocelo, questa (mezza) svolta concettuale e new agey di Synkro era nell’aria. Basta tornare un po’ dietro nella sua discografia, posizionare una bandierina alla bella raccolta Memories e notare che qualcosa, sottopelle, si stava agitando. Per carità, niente di troppo distante da ciò che già conosciamo del mancuniano, ora di stanza a Derbyshire, che comunque nel tempo si è riaffacciato non di rado nella sua comfort zone di ritmiche spezzate di fabbrica UK (vedi il side-project sk222 con Jack Lever o il recente remix per Max Cooper) e dalle battute lente altezza Chain Reaction di Hand in Hand. Eppure, l’EP Gagaku pubblicato a fine anno, che mostrava una certa fascinazione per le tradizioni sonore del Sol Levante e tutta un’idea di atmosfere a cavallo tra anni ’80-’90, è stato a tutti gli effetti il punto d’innesco per questo secondo album.
Parlavamo di Sol Levante e ci torniamo nuovamente su: qualche anno fa il debole di cuore (ma è un complimento) del duo Akkord si è fatto il primo di una serie di viaggi in Giappone, restando – come molti – folgorato dall’esperienza e andando ancor di più in fissa per il magico universo dei synth e delle apparecchiature vintage. A tal proposito, McBride non è solo grande esperto in materia, ma è anche un più che discreto collezionista: è ovvio, pertanto, che anche da queste parti il set apparecchiato sia tutto, o quasi, in veste analogica. Meno ovvio era invece il testo della nota stampa, che sembrava alludere a un’opera più radicale del previsto, così come la colata di lava HD utilizzata per visual e copertina, che risulta un po’ fuori posto rispetto al taglio dell’album. La tag principale della press, come dicevamo in apertura, è New Age, i riferimenti di base sono messi per iscritto (Andreas Vollenweider, Jon Hassel, Marc Barreca, Susumu Yokota, Ken Ishii) e c’è quindi da aspettarsi dei diversivi sull’impianto ritmico.
La fuga effettivamente c’è, almeno per quanto riguarda quella sensibilità nel sampling affogato nel soul/’r’n’b (ben riassunto nel debutto lungo, Changes), oggi totalmente assente ma che in passato ha giocato un ruolo decisivo nel dare a McBride quel rispetto guadagnato nel tempo. Passiamo al resto: per ciò che concerne ambienti, atmosfere, orizzontalità e quant’altro, Synkro ci ha sempre saputo fare, ma non è ancora pronto al grande passo. Ascolti Piano/Voice, Movement o Blind Fate ed è chiaro che l’autore, sempre più alla ricerca del tratto più melodico e sfumato della propria musica, ha ancora bisogno di agganciarsi alle spinte del breakbeat (Images) e agli spiriti erranti della jungle (Fields) per strappare il risultato da questa vaporosa e caliginosa vallata. Nel campo dei soli pad e fluttuazioni nel vuoto ancora non convince a pieno; la tecnica indubbiamente c’è, si sente e non lo scopriamo certo ora, ma a mancare è il tocco dei Maestri del genere (e se paragoniamo quest’opera con quella del suo compare Liam, non c’è proprio partita).
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