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TAD
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Come tutti i (som)movimenti rock, anche il grunge di Seattle ha avuto i suoi divi e i suoi eroi di culto. E sì che spulciando tra i tanti libri e documentari che parlano di quegli anni – in cui, grazie a un manipolo di band dal sound originale e al marketing aggressivo di Sub Pop, una piccola scena locale si trasformava in una sensazione internazionale – è quasi paradossale notare che una volta i Mudhoney, primi a essere esaltati da NME, erano molto più quotati per il salto nel mainstream rispetto ai Nirvana, o che nessuno avrebbe pronosticato per il trio di Aberdeen un futuro diverso dai TAD, con cui giravano in tour ai tempi in cui erano ancora una band Sub Pop. Il senno di poi ci dice tutt’altro, soprattutto perché, nella percezione di chi per ragioni anagrafiche è arrivato qualche anno dopo sul luogo del delitto, il corpulento Thomas A. Doyle invece che della schiera dei belli e dannati ha sempre fatto parte dei brutti e ingiustamente snobbati o dimenticati. Ingiustamente appunto, anche se dalla sua non ha avuto, per esempio, la costanza dei Melvins nel reinventarsi ispiratore di altre correnti, perseverando con determinazione nel suo stesso olocausto sonoro: il buon Doyle ha passato la mano e solo di recente è tornato a farsi sentire con i Brothers of the Sonic Cloth.

Per alcuni (Krist Novoselic) «la quintessenza del gruppo grunge», per altri «il gruppo più carismatico di Sub Pop», i TAD ci hanno messo del loro nel limitare la propria popolarità; l’immagine da macellaio-boscaiolo psicotico del leader sarebbe stata, chissà, a un passo dal renderlo una star su MTV se l’allora emittente musicale numero uno non avesse giudicato il video di Wood Goblins «troppo brutto» (fa’ ridere, suvvia, ma è andata davvero così) e una serie di catastrofi commerciali, un po’ provocate e un po’ no, non avesse sabotato non uno, ma ben due contratti major: prima un controverso poster promozionale con il presidente Clinton che fumava uno spinello, poi il licenziamento in tronco dell’A&R che li aveva portati alla EastWest con il conseguente allontanamento di tutte le sue band. Guai che erano già cominciati alla Sup Pop con 8-Way Santa e il cambio forzato di titoli e copertine sotto la minaccia di azioni legali, secondo una quasi inconscia tendenza all’autolesionismo che si aggiungeva alla proverbiale heavyness del personaggio e della musica, non esattamente il biglietto da visita migliore per le classifiche di vendita. Ma tant’è, la produzione dei TAD rimane un piacere spaccatimpani che ci riporta indietro nel tempo a quando l’indie si nutriva anche tanto di chitarre fumanti in stile motosega e non solo di chitarrine e aggeggini; tutto da godere questo terzetto di ristampe che Sub Pop ha messo nelle mani di Jack Endino con tanto di etichetta “for maximum heavyness”.

Si tratta dei due album e del mini LP usciti per i tipi dell’etichetta di Seattle. God’s Balls (1989) registrato con Endino quando la band esisteva da due settimane, può vantare il suono più pornograficamente brutale e virulento etichettabile come “grunge”: è un ponte gettato tra l’heavy punk seattleita e il noise rock di scuola Touch And Go – per intenderci, i riff postsabbathiani dei Melvins con in più il rock-blues stravolto e malatissimo inscenato da emuli hardcore dei Birthday Party tipo i Killdozer e, ciliegina sulla torta, il torturante punk rock paraindustriale dei Big Black. Il riffing lubrico e il ritornello scurrile di Behemoth passano tranquillamente non solo per due cose tra le più memorabili, ma anche tra le più orecchiabili, ed è tutto dire (6.66).

La furia hardcore non viene meno nel mini LP Salt Lick (1990), che anzi rincara la dose e nel contempo aggiusta il tiro: più groove, più coesione, più musicalità. Soprattutto è lo swing di basso e batteria a fare clamorosamente la differenza a favore di un panzer funk che oltre a innescare le solite catene di riff epilettici e parti di lead guitar che sibilano come tanti piccoli martelli pneumatici, fa scattare una molla nel songwriting – che si avvia verso un “pop” riconoscibile nella forma, anche se super esasperato nei toni. Il ritornello in High on the Hog e Wood Goblins ha la delicatezza di una scarica di fucile a bruciapelo ma è pur sempre un refrain, e pure con una sua perversa forma di orecchiabilità. Nonostante l’“albinizzazione” ulteriore dei timbri (c’è lui in persona in consolle) la personalità dei TAD fa un salto di qualità nel marasma definito del loro sound (7.33).

Non è meno impressionante, anche se appunto tutt’altro che imprevedibile, l’apertura di 8-Way Santa (1991) verso un rock sempre violento ma molto più armonioso. Produce Butch Vig, che in pratica fa le prove generali per Nevermind. I TAD smorzano l’urto del loro assalto sonico quanto basta per dare rilievo alle melodie e alla voce: come sapevano picchiare e sperimentare, dimostrano anche di sapere scrivere canzoni. Doyle canta pure in maniera insospettabilmente pulita, ma oltre a questo rappa e si produce in un crooning melodico versione grunge che avrebbe meritato ben altri lidi commerciali nell’hit mancata Delinquent. Malgrado i gusti della band propendano per la più cattiva Stumblin’ Man, sono i brani iniziali a segnare la via: Jinx, Giant Killer, Wired God, un intreccio di riff arrembanti e parti melodiche addirittura delicate. Jinx in particolare inietta l’agilità del pop-punk nella granitica lega di hardcore e metal dei lavori precedenti, ed è in questa vena powerpoppeggiante vicina a Hüsker Dü e Dinosaur Jr (sarà J Mascis a produrre il debutto major Inhaler) che si muoveranno gli ultimi LP: Dementia, da Infrared Riding Hood, in un mondo migliore sarebbe entrata in classifica (a quel punto impazzavano i cloni di Seattle, ma si contavano sulle dita di una mano quelli capaci di scrivere un riff e una canzone tanto trascinante).

Nell’attesa che anche i dischi successivi tornino magari in veste nuova, Sub Pop ha arricchito le ristampe del suo catalogo con singoli (tra cui il primo 45 giri realizzato da Tad tutto da solo o il famoso Looser/Cooking With Gas abbinato a Salt Lick) e qualche rarità, oltre a curare nel dettaglio le confezioni di LP e CD (curiosamente, le grafiche dei cartacei non riportano i brani extra, che però ci sono): un ottimo lavoro, non solo a uso e consumo di certi nostalgici come il sottoscritto… (7.44)

10 dicembre 2016
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album

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God’s Balls (Deluxe Edition)

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Salt Lick (Deluxe Edition)

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8-Way Santa (Deluxe Edition)

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