Recensioni

7.3

Sono anni che Taylor Swift si ingegna sul suo songwriting tentando di espanderlo oltre la sfera di un romanticismo post-adolescenziale. L’amore e l’intreccio sentimentale delle relazioni rimane il suo centro di gravità permanente, così come il talento melodico per esprimerne i contorni è indubbio. Fino a questo punto il suo pop rotondissimo, che attinge a piene mani dalla tradizione bianca statunitense, non sembrava avesse bisogno di liberarsi dell’aura ingombrante e pedante della popstar mondiale – vedi i singoli di Lover dello scorso anno – eppure, rilette ora, le sue inedite prese di posizione politiche – anti-trumpiane e in supporto alla comunità LGBT+ – potrebbero ora venir reinterpretate come ideali premesse dell’evidente smarcamento stilistico ma anche compositivo di questo suo ultimo Folklore.

Disco che MTV e compagnia bella hanno accolto con la retorica da mulino bianco anni ’50 che spesso li contraddistingue («Taylor Swift si è fatta i capelli e truccata da sola per le foto e i video del nuovo disco») e che una buona fetta della comunità musicale internazionale ha già etichettato come il disco indie della cantante. Certo, il disco indie nel senso più banale, comune e contemporaneo del termine, come lo possiamo ancora un po’ intendere pure dalle nostre parti, dove abbiamo Francesca Michielin, Elisa, Carboni ecc. che si fanno scrivere i pezzi dagli ormai non più così giovani Tommaso Paradiso, Calcutta e Dario Faini (Dardust), o un Niccolò Contessa de I Cani che da anni veste le hit di Coez.

Per Taylor Swift il discorso è formalmente così, ma la differenza la fa un’opera obiettivamente incantevole e che ha saputo fare degli intimismi, della chamber music e del neo classicismo di marca Aaron Dessner (e in piccola parte Justin Vernon / Bon Iver, qui rigorosamente senza autotune) un cardigan caldo e avvolgente – letteralmente, poi vedremo – dentro il quale far esprimere un range di melodie e scrittura che non stanno anni luce dai milioni di copie vendute di Fearless e Love Story, ma ne rappresentano un degno seguito finalmente in una direzione genuina, ispirata, adulta quanto basta da non essere ridondante. La ragazza romantic country degli esordi, quella synth pop di 1989, o quella maldestramente sfrontata di Reputation evolve e ci consegna quello che potrebbe essere – con tutti i distinguo del caso – il suo Sea Change, innanzitutto perché questo è un disco che spesso ti porta alle lacrime con dolcezza mai banale, proprio come quello di Beck, e in secondo luogo perché è un lavoro vestito di una sua sontuosità essenziale.

Furba o no la scelta dei compagni di viaggio, che oltre a Dessner (co-autore e produttore di 11 delle 16 canzoni) e Vernon (che ha co-scritto e duetta con la Swift in exile) comprende Bryan Devendorf e Bryce Dessner, Ben Lanz, Thomas Bartlett (Doveman), Rob Moose (yMusic, Bon Iver), Josh Kaufman (Bonny Light Horseman), Clarice Jensen (ACME, yMusic), Jason Treuting (So Percussion), James McAlister, JT Bates, Kyle Resnick (The National, Beirut), Yuki Numata Resnick e, non ultimo, quello che lei ormai considera “uno di famiglia” ovvero Jack Antonoff (l’uomo dietro anche agli ultimi lavori di Lana Del Rey, e torneremo anche qui), porta ad un risultato notevole e inaspettato. Li ha definiti, già, «alcuni dei suoi eroi musicali» e tali in un certo senso restano, perché quel che ascoltiamo è sempre la Swift che conosciamo e che, sembra volerlo sottolineare anche e soprattutto attraverso i testi, a differenza delle varie Katy Perry, i pezzi se li scrive da sola e poi semmai si fa aiutare per migliorarli e completarli, e non il contrario. È sempre lei, si diceva, ma al suo picco immaginativo, con le melodie che sai di aver già ascoltato da lei (e questo fatto di avere una cifra stilistica le fa onore) eppure abitate da canzoni che hanno storie convincenti da raccontare, in cui l’intimismo dei suoni distanti, come provenienti da baite montane o riserve naturali inesplorate, accende colorati paesaggi interiori.

Prendete Cardigan, che pare un ottimo inedito della Del Rey dei blue jeans dei primi anni ’10, o altrettanto The last great american dynasty, con quelle strofe liberatorie («There goes the maddest woman this town has ever seen / She had a marvelous time ruining everything») in cui si racconta la storia di Rebekah Harkness, donna eccentrica che sposò la famiglia Standard Oil, divenendo una delle donne più ricche d’America, e che un tempo viveva nella dimora di Taylor Swift, nel Rhode Island. E qui il gusto e l’uso di dettagli storici realmente accaduti, intrecciati e interpretati dalla propria persona, non può che irrobustire e valorizzare ulteriormente i testi. O la storia della vedova raccontata in Mad woman («There’s nothing like a mad woman»). O ancora la criptica Betty, in cui solo apparentemente Taylor sembra ritornare su fiction da teenager, mentre in realtà offre una riflessione anche piuttosto profonda sul proprio io interiore, sessuale e non. Specchio di tutto resta comunque la contemporaneità e le sue ferite, in particolar modo i motivi dell’isolamento forzato che ha dato i natali a questo disco, in tracce come Epiphany («Only twenty minutes to sleep / But you dream of some epiphany / Just one single glimpse of relief / To make some sense of what you’ve seen»), in cui il fulcro è la ricerca di un senso nelle cose che non si capiscono e che spesso ci annientano.

E nel frattempo, mentre scrivo, il disco è già da record. In un batter di ciglia svetta nelle classifiche di mezzo mondo. Del resto, il disco a sorpresa della “rivoluzionata” popstar che apre il suo cuore ai fan dall’intimità della propria solitudine da lockdown già si vendeva da solo, senza averci neppure una promozione dietro. Se vogliamo trovare un difetto in Folklore, è probabilmente quello di non contenere una o più canzoni che si smarchino dal buonissimo livello complessivo, brani pronti per attraversare il tempo e la storia, qualcosa che valga per tutti, che entri in un immaginario collettivo, e non sia appannaggio dei singalong delle sue centinaia di migliaia di fan o della volatilità delle milionate di stream.

Fate cadere ogni retorica sulla musica indipendente che fa incursione nel pop o sul pop che fa incursione nelle architetture di The National e i Bon Iver. Lo stesso valga per meme e goliardia web associati all’uscita di questo disco. C’è persino chi ha scritto – e traduco – di «non aver sentito niente di simile». Taylor Swift avrebbe inventato un nuovo genere, un «qualcosa imbastardito con il folk». «Qualcosa di inaudito che la stampa descriverà con il termine di “indie”, un neologismo».

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