• Ago
    23
    2019

Album

Republic Records

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Taylor Swift, fra le leve del pop internazionale affermatesi nel nuovo millennio, è sempre stata una delle firme più convenzionali e standardizzate, e questo suo nuovo lavoro – che giunge a due anni di distanza dal precedente Reputation – altro non è che l’ennesima conferma. C’è da dire che rispetto a quel disco del 2017, nella nuova prova la Swift torna un poco alle origini (vedi title track) o comunque a ciò che le riesce meglio (1989 e Fearless), un pop radiofonico che rasa lo sguardo e le prospettive su un prato folk bianchissimo e radiofonicamente FM, quello che parte dalla (sua) cameretta per affacciarsi allo stadio in presa (apparentemente) diretta, il veicolo per raccontare dell’eterna (fortunata) adolescente che è sempre stata (e si ostina a voler essere ora che di anni ne ha 29).

Registrato negli storici Electric Lady Studios di New York, Lover è un tomo di 18 canzoni (in gran parte, dalla durata di poco inferiore o superiore ai tre minuti) che rinnegano l’EDM precedentemente bazzicato per non aggiungere nulla a una fatata letteratura pop già di suo inflazionata. È puro, zuccheratissimo, escapismo middleclass americano, quello che negli USA sognano anche le minoranze e la working class (le stesse che hanno votato Trump ma amano anche Bruce Springsteen). Piaccia o no, Taylor Swift rispetto alla ritrovata amica Katy Perry e rispetto a tante star (Liam Gallagher compreso) che producono in stanze protette circondati da uno stuolo di produttori e autori, i pezzi è ancora in grado di scriverseli (quasi) tutti da sola. O comunque di non farseli riscrivere daccapo come capita a certi insospettabili autori di saggistica. Possiede un suo immaginario e una cifra stilistica riconoscibili, che non è poco (vedi anche solo l’iniziale I Forgot That You Existed), il problema semmai è sia nel formato (il dirlo con arrangiamenti che non lasciano il segno ma che risultano funzionali al passaggio radiofonico), sia di struttura (l’automatismo/buonismo che sta alla base dei meccanismi del fare pop di adorniana memoria).

Lover, e lo si capisce dal titolo, è un patinato disco pop che parla d’amore e, ok, lo fa in modo più maturo rispetto al passato e, se vogliamo, il messaggio arriva caricato da tutto il peso dei significati extra musicali che hanno portato con sé le recenti prese di posizione dell’artista a favore della comunità LBGT, dell’uguaglianza dei generi e contro ogni discriminazione su base razziale. Il tutto, ça va sans dire, da leggere in chiave anti Trump, dato che alle scorse elezioni di midterm, la bionda popstar ha fatto un coming out tutto politico dichiarando pubblicamente il suo appoggio al candidato democratico al Senato Phil Bredesen e al suo omologo alla Camera Jim Cooper.

È facile capire che questi sono elementi di puro contorno nel mondo musicale post-Katy Perry disegnato da You Need To Calm Down o in quello altrettanto kitsch favolistico di Me!, oppure nelle sonorità 80s infarcite di synth e divagazioni (si fa per dire) elettro/funk di I Think He Knows, nel folk di Soon You’ll You Get Better (con il feat. delle Dixie Chicks) o nel punk/pop all’acqua di rose di Paper Rings. Infine, poco o nulla spostano gli interventi di St.Vincent – che ha partecipato alla scrittura e registrato le chitarre di Cruel Summer – e di Brendon Urie dei Panic! At The Disco (feat. nella succitata Me!).

Tempo fa giravano in rete alcuni scherzosi meme che speculavano sul fatto che la Swift fosse figlia di Billy Corgan. Ebbene, restando in tema e ideologie 90s, biasimare una proposta così smaccatamente ed edulcoratamente pop sarà forse retaggio di quegli anni (e magari al giorno d’oggi avrà pure poco senso), ma criticare la mediocrità non è mai fuori moda: nelle 18 tracce di Lover la popstar vive un po’ nell’illusione (ricercata) che quantità faccia rima con qualità. E non c’è un singolo che supererà quest’anno nell’immaginario collettivo. Cosa rimane? Questo evertyhing in its right place che fa sembrare tutto ok, certo, pure troppo.

3 Settembre 2019
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