Recensioni

Lo scrisse Simon Reynolds nel suo ormai celebre saggio/manuale Retromania, e la musica che ascoltiamo ce lo ribadisce tuttora, a distanza di poco più di un lustro: perché tanta fatica per inventarsi nuove diavolerie sonore, tanto affanno per trovare soluzioni trasversali alle strade già battute – per poi rischiare di non venire compresi (ed è un rischio troppo scomodo, troppo grande da passare, di questi tempi) – quando si può comodamente guardare al passato e rievocarne i fasti? Ma la domanda è questa: lo si fa per puro limite, per nascondersi, in un certo senso, dal caos e dall’information overload dell’era internet che pare abbia anche colpito ampie frange del mercato discografico attuale (Tito Livio scriveva: «glorificare il passato, per distogliere lo sguardo dai mali del presente»), o per glorificare i santini e omaggiare gli ultimi baluardi rimasti? Il genere che ha più ostentato quest’attitudine “retrograda”(mi si passi il termine), è indubbiamente la psichedelia – un genere che, al contempo, curiosamente, da qualche anno a questa parte sta vivendo una sorta di rinascimento, con band che spuntano come edere da ogni parte del globo, illuminate dal verbo psichedelico – che sia quello “ancestrale” dei 13th Floor Elevators, quello colorato e teatrale del Magical Mystery Tour, quello riverberato ed acido della stagione dei fiori e del Diamante Pazzo o quello rigoroso della dinastia krauta, scandito dal ritmo pulsante del motorik e condito da atmosfere rarefatte; ma anche, andando a scavare non così indietro tra le primavere, quello britannico dello shoegaze.
Insomma, chi più ne ha più ne metta. Ma è proprio da chi questo rinascimento l’ha innescato, nel bene o nel male, che molti di questi nuovi fiori in giro per il mondo volgono la loro attenzione: i Tame Impala sono sicuramente uno di quegli act che attirano l’attenzione, e che di conseguenza, volenti o nolenti, si portano appresso la loro discreta carovana di ammiratori, anche tra i musicisti. Tre anni fa, in piena fase “neopsichedelica”, mentre il guru e deus-ex machina del gruppo australiano Kevin Parker era molto probabilmente barricato in casa/studio, preso dall’ossessiva e minuziosa realizzazione della sua imminente fatica, un giovane quartetto di Kettering, Inghilterra, debuttava con un album chiamato Sun Structures, successivamente accolto con grande entusiasmo, incensato nientemeno che da “The Man Himself”, Noel Gallagher, e salutato dalla nuova generazione di psych-addicted come una delle piccole pietre miliari della rinascita. Un anno dopo sarebbe uscito Currents, l’attesissima (e temutissima) “svolta elettronica”, il ritorno degli Impala nella steppa, a dettar legge tra i dilettanti e a riprendere il controllo di un filone, di una rappresentanza.
«Se funziona è obsoleto», ci spiegava una delle più celebri tra le ironiche (ma quantomai veritiere) Leggi di Murphy: così, tre anni dopo, gli australiani si dileguano, dopo un tour trionfale e un debutto nel music business che conta, in quello che volgarmente e banalmente viene definito “pop” (come altro descrivere Rihanna che fa una cover di un tuo pezzo?), mentre i ragazzini di prima, quelli inglesi, sono forse una delle band con più hype alle calcagna; da quell’esordio senza dubbio interessante, ma assolutamente non sbalorditivo, i Temples hanno ora il compito di dimostrarsi all’altezza delle aspettative, di “rimanere in scia”: Currency, il primo singolo estratto dal loro secondo album Volcano, con quel suo beat cadenzato e piogge di chitarre sintetizzate e tastierismi, ha fatto intuire che James Bagshaw e soci si siano voluti accodare alla scelta intrapresa da quelli che potremmo definire i loro beniamini, ma alla prova dei fatti l’album non si rivela esattamente un more of the same della svolta electro dei capiscuola. Tuttalpiù, lo spettro di quel sound aleggia sulle scelte di produzione (curata dallo stesso frontman della band) e su alcuni suoni specifici – la chitarra sintetizzata, come già detto, la batteria triggerata, un inserimento ancor più marcato di partiture di synth e tastiere che ricordano molto i suoni anni Ottanta (Roman Godlike Man); per il resto, i Temples battono ancora la strada intrapresa dal primo album, ovvero proporre quel mix catchy di pop-psichedelico e cori angelici (Flaming Lips?) pur tentando di aggiungere un po’ più di pepe alla ricetta: laddove gli inni eliocentrici di Sun Structures si legavano a strutture melodiche lineari, qui i Nostri cercano di dare un colpo anche alla fase di scrittura, inserendo maggiormente orpelli e laccature barocche (I Want to be Your Mirror, oppure la colorata e curiosa Mystery of Pop, che ricorda vagamente le giullaresche composizioni di Manfred Mann e la sua Earth Band), ma anche incastrandosi in giri melodici da alternative music da classifica o tòpoi troppo abusati – la posticcia maestosità di Celebration fa più pensare ai Bastille che ai Pink Floyd, di cui echi di Dark Side of the Moon vagano nell’evocativa Where will you go?, che divide l’album in due con le sue atmosfere spaziali – sicuramente il brano più riuscito del lotto, anche se il termine giusto da utilizzare, a questo punto, sarebbe “efficace”: efficaci nel loro compito, infatti, lo sono i due singoli (che aprono e chiudono il disco, rispettivamente), ovvero la già citata Currency, e soprattutto Strange or be Forgotten, che ha, utilizzando un termine non propriamente accademico, il tiro che ogni singolo dovrebbe avere.
«Comunque vada sarà un successo», starà pensando la band in questo momento, ma non è tutto rose e fiori: se il disco assurge al suo onesto compito, ovvero insegue il suo chiaro intento (quello di vendere e di affermare la band nel pantheon dei nuovi idoli), qualche volta fallisce e s’incarta su se stesso, come la contorta serratura ritratta in copertina; per contrasto, infatti, a brani più strutturati e malcelatamente pretenziosi, come l’estiva Born into the Sunset, o All Join In (che dovrebbero segnare l’evoluzione stilistica della band, né più né meno), rispondono meglio e prontamente canzoni più semplici e asciutte, come Oh the Saviour (dove la voce perennemente in falsetto di Bagshaw pare avere finalmente un senso), o la lineare In My Pocket. Al termine dell’ascolto, però, non rimane alcun retrogusto amaro, ma la sensazione che con qualche pezzo in meno, e quindi con una scrematura più ragionata, avremmo ascoltato un disco un leggermente meno prolisso (ok, non è The Wall, ma a volte si sfiora pericolosamente l’assopimento, o almeno prevale la necessità di skippare), sicuramente più asciutto, e ragionevolmente più godibile. «Se funziona è obsoleto»: ok, ma ti fa fare anche un mucchio di soldi, in fin dei conti.
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