Recensioni

7.2

Gli Avalanches sono l’anello di congiunzione tra l’hip hop e la disco music passatista e crave-digger dei Daft Punk di Random Access Memory. Prendono il sampling e lo usano come strumento musicale a tutti gli effetti, sono insomma gli ultimi Tame Impala ma molto più hip hop e molto più bravi. A quattro anni dall’ultimo (e ottimo) Wildflower rieccoli e meno male, perché temevamo di doverli aspettare per altri tre lustri come la penultima volta. We Will Always Love You è semplicemente l’unico disco di Natale possibile di questo 2020: è sublime e super kitsch e, al contempo, profondamente malinconico. Una festa comandata da celebrare in casa, da soli, perché non si può (o non si vuole) uscire. Gli australiani prendono i fantasmi della vita di Mark Fisher e li sbattono a sculettare su un dancefloor impaillettato degli anni ’70, senza con questo stemperare una sola goccia della tristezza di fondo. Nostalgia per tempi che non tornano, paura del distacco, morte incombente, tanto groove impregnato di retromanie disco: una festa tristissima ma non per questo meno sincera e contagiosa. Tutto è pura hauntologia, tra un Golden Record e una tragica Barbara Payton, e la meraviglia, il motivo per cui gli Avalanches suonano sempre così viscerali, è che i loro samples suonano sempre come se gli avessi già sentiti. Compongono Frankenstein sonori che sai di aver già sentito da qualche parte, anche se non è vero, ma è come se iniziassi a saperlo mentre li ascolti. Così la coccola nostalgica è particolarmente dolce.

We Will Always Love You è particolarmente prolisso e frastagliato: 25 pezzi di cui un bel po’ sono i soliti intermezzi a cui ci hanno abituato. È una scaletta che soprattutto a livello di featuring sembra molto “gorillazzesca”, nel senso che praticamente chiunque viene gettato nel frullatore. La qualità è abbastanza altalenante (e meno compatta nella seconda metà), nel senso che si spazia da pezzoni veramente ottimi ad alcuni eccellenti riempitivi. Resta il fatto che anche in questo secondo caso, quando pilota automatico e mestiere prendono il sopravvento, l’attenzione è tenuta sempre bella desta grazie a preziosismi di dettaglio che danno comunque un senso al tutto: vedi Overcome, semplice disco dorata tanto elegante quanto risaputa, eppure molto ricca nella sua maniera grazie a un bellissimo riff di piano e a un’orgia di raffinati campioni vocali. 

Hauntologie dicevamo, e infatti tra vecchie registrazioni telefoniche, sequenze morse direttamente dallo spazio e soul polverosi dalle tinte lynchiane (o badalamentiane) come Song for Barbara Payton, cresce ascolto dopo ascolto la sensazione che questo sia il disco del 2020 perfettamente speculare a Lamentations di William Basinski. La tristezza e la nostalgia di fondo sono le stesse, ma là abbiamo un arredamento per questa sofferenze, mentre qui abbiamo un balsamo. Si scende in pista con pezzi disco slavati, che prendono una produzione à la Ariel Pink e ci mettono sopra tandem inaspettati come Johnny Marr e i MGMT: e proprio The Divine Chord non può non riportare alla mente pezzoni passati come Since I Left You. In giro per la tracklist c’è anche tanto blues: Reflecting Light, potrebbe venire direttamente da Furious Angels di Rob Dougan, così come blues sono i giri pianistici della ballata psych-trap Take Care In Your Dreaming con Tricky, Denzel Curry e Sampa the Great. Il meglio assoluto è rappresentato dal tandem  in rapida sequenza Oh The Sunn! e We Go On. La prima è un disco volante che porta Perry Farrell su una base disco-funk, roba già sentita da lui nel progetto Satellite Party, mentre la seconda è molto semplicemente IL pezzo del disco, con un ritornello che prende per mano e prova ad accompagnarci fuori da questo annus horribilis accompagnandosi a una serie di variazioni bellissime. E belle pop songs sono pure Running Red Lights, con una melodia che funziona, e club-hit caraibica Wherever You Go con Jamie XX a co-produrre, tra sospensioni e bassi tagliati al laser.

Perché anche quando la dose psichedelica è esasperata, come nei synth e negli organetti iniziali di Born to Lose, il punto di ritorno è sempre la pista da ballo. Unica eccezione è la conclusiva Weightless, che accompagna la calata di sipario con una cacofonia di bleep spettrali. Il giusto finale per un disco che nella sua discontinua prolissità estremamente imperfetto, e va bene così. Del resto è il disco di Natale di un anno che perfetto non è proprio stato. 

Voti
Amazon

Ti potrebbe interessare

Le più lette