Recensioni

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Bob Rifo l’abbiamo trattato sempre bene. In Romborama ci eravamo gasati per la freschezza dell’esordio, ed eravamo anche un po’ orgogliosi del fatto che fosse marcato Made in Italy. Nel secondo album (che poi non era un disco vero e proprio ma un Best Of di singoli), avevamo riconosciuto l’autorialità, la statura e la forza degli arrangiamenti del bassanese.

Hide arriva dopo una lunga sequenza di singoli, stampati dopo il best of, che hanno spaziato fra noise (Church of Noise, 2011), rimescolamenti fidget del french-touch (Rocksteady, 2012), ballad da arena (Chronicles of a Fallen Love, 2012), anthem noisy-EDM (Spank, 2013) e una ridefinizione del moniker per i live a seconda della direzione dello show (The Bloody Beetroots Death Crew 77, The Bloody Beetroots DJ Set e The Bloody Beetroots Live, che hanno aggiunto al gruppo Dennis Lyxzén alla voce, Battle ai synth, Edward Grinch e Mad Harris alla batteria).

Il disco, a parte le canzoni già pubblicate, è una resa dei conti personale e generazionale. Rifo è nato nel ‘77 e come molti di quelli che leggono, ha vissuto le stagioni del rave Nineties, il declino dell’acid nei ’00 e la rinascita del movimento con l’EDM contemporanea. Il suo punto di vista è quello di un buon costruttore di suoni, miti ed atmosfere che cerca di far meglio degli altri amici/nemici di scuderia. Ma non solo. Hide è stato spinto da una strategia di promozione musicale che riflette (ovviamente in tono minore) la bomba Daft Punk. Anche qui si punta infatti sui featuring d’eccellenza, magari d’antan. E allora vai con il batterista dei Mötley Crüe Tommy Lee (in Raw), il rapper di Trinidad ora newyorchese Theophilus London, la talkbox di Peter Frampton (quello di Show Me The Way) e nientemeno che l’ex beatle Paul McCartney, uno in gran spolvero dopo la recente collaborazione con Dave Grohl, Krist Novoselich e il chitarrista/turnista Pat Smear nella reunion dei Nirvana battezzata ironicamente Sirvana (la sorpresa non è proprio totale, dato che il singolo con Macca era stato pubblicato qualche settimana fa, infarcito di gustosi remix da parte di Riva Starr, Aucan e altri).

Questo non è però l’ennesimo disco che copia-incolla i trucchi ben noti insegnati dalla crew Ed Banger o dall’electro house dell’inizio noughties. Rifo prende in giro lo sballo, si maschera su tagli acidi in contrapposizione alla voce angelica di Greta Svabo Bech, impasta la storia (con la pseudoballad Out of Sight), ci ricorda che si può far di meglio di Kavinsky nella bomba strumentale di Reactivated, si sputtana con la cover dello Zecchino d’oro (Volevo un gatto nero), cerca qualche ammodernamento della proposta pure nel soul-hop (All the Girls) e va a parare anche nella noise tech da arena (The Source). È quindi la visione di un (anche se da poco) over 35 che fa ballare i giovani e utilizza trucchi rodatissimi che hanno radici nella semplicità massimalista del rock.

Rifo non rischia nulla (potrebbe azzardare qualcosa vicino all’UK bass più ballabile ad esempio), ma è comunque sempre fra i primi della classe, con una spocchia che piace, uno di quelli che può permettersi di fare lo sbruffone e sbaragliare i vari Aoki, Benassi, Guetta e Avicii di turno. Per chi si attendeva una deviazione dal prodotto ubercapitalistico, ci sarà ancora da aspettare qualche album, quando il producer non sarà più in grado di saltare dietro la consolle e magari si toglierà la maschera di Venom. Per ora, Dioniso trionfa ancora su Apollo e gli altri stiano a guardare, mangiando pure un po’ di polvere.

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