• Ott
    20
    2017

Album

Last Gang Records

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L’abbinamento rock massimalista / elettronica caciarona da heavy rotation nel 2017 non è che sia proprio una roba freschissima: una schitarrata qui, magari presa in prestito dai RATM, e una fidgettata là, la cassa sempre dritta (o quasi) e un’epica da festival tronfia e imbalsamata, con qualche dinosauro riesumato per l’occasione a riempire il vuoto pneumatico di idee – ovvero in apertura dei bollitissimi Jet (My Name Is Thunder) e più avanti Perry Farrell (Pirates, Punks & Politics), tanto per capirci – e il gioco è fatto.

Ok, la partita è un po’ più generosa di così ma, anche elencandoli, non bastano gli scream ammuffiti, il citazionismo AC/DC e Meat Loaf, una prosopopea uber glam condita con drop post-Trasformers a là Skrillex (All Black Everything con i Gallows) e romanticismi stadium rock (Nothing But Love con Jay Buchanan) a coinvolgere e a dare un tono da festaiolo che spacca, soprattutto se ammucchi tutti questi trend – in 20 interminabili tracce per un’ora e quindici minuti di durata complessiva – con anni di ritardo, dimenticandoti che i 90s dei Prodigy e i 00s dei Pendulum sono già esistiti e a loro volta il rispettivo meglio se lo sono lasciato alle spalle da un bel po’. Con i Justice ad aver indicato la via lo scorso anno (in sostanza un ritorno al futuro targato anni ’70), la declinazione del piano arriva piuttosto telefonata: nonostante un menù anche piuttosto variegato, c’è una terribile puzza di stantio in queste tracce, che null’altro sono se non una riesumazione tardiva e fuori tempo massimo di mode che avevano rotto le scatole già quand’erano ancora nuove; cose che oggi dovrebbero starsene recluse nel dimenticatoio dei ricordi di adolescenza un po’ imbarazzanti che nessuno mai tira fuori (o viceversa, sono state pensate appositamente per chi ancora adolescente, non ha una band del genere da appendere in memoria).

Certo, per qualcuno può anche risultare motivo d’orgoglio poter sfoggiare un nome italiano nel carrozzone Ultra, insieme a Steve Aoki, deadmau5 e Benny Benassi. Ma volendo ci sono già i Crookers a dispensare patriottici imbarazzi in quella fetta di mercato. Certo, è giusto ricordare, come fanno in tanti, che Rifo non è il primo scemo che passa, che prima di incidere questo disco il Nostro ha attraversato una crisi personale, che la citazione al film dedicato ai Sex Pistols nel titolo sta ad indicare un disco a suo modo situazionistamente Los Angeles trash (l’idea era forse quella di un crossover del crossover? Di una San Junipero ambientata al Coachella?), ma gira che ti rigira, comunque lo si voglia giustificare (abbuffata di guilty pleasure, spettacolarizzazione di luoghi comuni rock, ecc.) stiamo comunque parlando di un certo tipo di masticatissimo mainstream (ripeto, nel 2017).

Ci si può anche far distrarre dalla maschera da Venom, dalle figate fumettose alle spalle, dalla valida copertina firmata da Tanino Liberatore e dai numeri. Poi però si ascolta un pezzo come Enter the Void – piano, coretti, crescendo di batteria e inevitabile siringata dell’EDM più scadente che potete immaginare, arricchita da soluzioni innovative come il clapping (!) – e allora, per favore, anche no.

24 Ottobre 2017
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