• Lug
    17
    2015

Album

Parlophone

Add to Flipboard Magazine.

Rieccoli qui, i nostri amati fratelloni, a ben cinque anni di distanza (che in rapporto alle adrenaliniche tempistiche discografiche moderne possono essere davvero un mucchio di tempo) da quell’ottimo Further che aveva riacceso tutti gli animi e le speranze ancora abbattuti dall’inutile e scialbo We Are the Night, il punto più basso di una carriera in netta discesa da diversi anni e possibile epitaffio artistico del duo inglese. Invece no, il 2010 vide un ritorno sulle scene dei “veri” Chemical Brothers, snelliti e asciugati per un disco essenziale e quasi minimalista che sancì un’inaspettata rinascita, ulteriormente confermata, ora possiamo dirlo, da questo nuovo Born in the Echoes.

Un album fresco e ben ragionato, che trasuda classe e mestiere, pienamente consapevole di tutto il percorso lasciato alle spalle e altrettanto determinato (nonostante qualche inevitabile caduta qua e là) a dimostrare una volta di più che i due fratelli non sono ancora pronti ad indossare i panni dei “dinosauri” rimasti ancorati alla scena che li portò al successo ormai vent’anni fa (condizione verso cui ci sembrano ormai proiettati, ad esempio, i Prodigy).

Le collaborazioni sono relativamente poche, rispetto al passato, ma di assoluto livello, con Q-Tip dagli A Tribe Called Quest alla voce nel singolone straccia-classifica Go, St. Vincent a colorare con il suo art pop una Under the Neon Lights senz’altro tra i punti più alti in scaletta, la cantautrice Cate Le Bon nella title-track e Ali Love a tessere trame quasi darkwave nella notturna ed alienante EML Ritual. Su tutte svetta però la partecipazione di Beck nella conclusiva Wide Open, il colpo migliore posto, con grande classe, in coda al lotto. C’è spazio in scaletta anche per strinate psichedeliche ora più rock e orientaleggianti (I’ll See You There), ora più obliquamente indie-dance (Reflexion, che sembra a tratti quasi uscita da un disco dei primi Starfuckers), fino a beats hip hop (Taste of Honey) e cavalcate trance un po’ vintage (Just Bang).

Sugella il tutto un dittico finale di primissimo livello, con la riuscitissima Radiate che inizia distesa ed ariosa per poi infrangersi su muri sonori al confine con lo shoegaze e infine ri-ca(l)marsi, e la già citata Wide Open a chiudere come meglio non si potrebbe.

Non un disco che sposterà di molto gli equilibri di questo 2015, ma un ascolto godibilissimo che attesta definitivamente la ripresa di un duo nuovamente in ottima salute.

17 Luglio 2015
Leggi tutto
Precedente
Michael Idehall – Deep Code Sol
Successivo
Royce Wood Junior – The Ashen Tang Royce Wood Junior – The Ashen Tang

album

recensione

recensione

recensione

album

album

Oasis

Dig Out Your Soul

album

album

album

Altre notizie suggerite