Recensioni

Vado a memoria. C’è questo aneddoto che riguarda l’album Fables Of The Reconstruction dei R.E.M. In cabina di regia c’era Joe Boyd e la storia narra che ognuno dei componenti della band, una volta varcata la porta della sala prove, chiede al produttore di abbassare il volume del proprio strumento. Capite bene la stranezza: non “alzare”, ma “abbassare”, quasi per timidezza o per una sorta di spirito di sacrificio in favore del suono d’insieme del collettivo. Ascoltando il nuovo disco dei Chills, piccola/grande leggenda dell’underground, questa è la prima cosa che ci viene in mente, e non tanto per un paragone stilistico, quanto per un discorso di attitudine. Parliamo di una band che non vedrà mai le classifiche nonostante lo stile raffinato e leggero, persone “attempate” che hanno dalla loro la tranquillità data dal non dover dimostrare nulla a nessuno e dall’essere in pace come musicisti. Non c’è bisogno di alzare il volume, dunque. Va tutto bene così.
Massimi esponenti di quella scena proveniente da Dunedin che aveva fatto parlare di sé tra gli addetti ai lavori negli anni Ottanta, The Chills hanno registrato proprio in Nuova Zelanda questo Silver Bullets, primo frutto a loro nome dal 2004 e quinto album propriamente detto di una carriera che, tra pause e ritorni, compie quest’anno il suo trentacinquesimo compleanno. Ovviamente, la scena-madre è quasi scomparsa, ma si può dire forse che The Chills appartengono ad una sorta di “Internazionale psych-fock”, genere sovra-nazionale che parte dai Byrds, passa per i sopracitati R.E.M., ha il proprio corrispettivo americano nel suono-Paysley degli Eighties (dove è forte è la matrice Neil Young, mentre qui è il jingle jangle) e che ora non ha padri.
Disco artigianale nonostante sia tirato a lucido da una produzione pulitissima, disco che non ha paura di questa brillantezza perché vuole mostrarsi per quello che è: uno scrigno pieno fino all’orlo di songwriting a metà strada tra nebbie lisergiche e Died Pretty, in cui il pop si strugge (Warm Waveform) o si fa controtempo brioso (la title track), levita in cori Pink Floyd (Tomboy) o si liquefa in tunnel acidi (la lunga Pyramid/When The Poor Can Reach The Moon). Silver Bullets, poi, trova anche il tempo di fare i conti col passato, ricordandoci che quando ci sono canzoni stellari (I Can’t Help You, con la sua frase di organo decisiva) la vita va già che è una bellezza. Cosa chiedere di più al pop?
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