Recensioni

Nella mitologia spicciola che avvolge London Calling c’è un aneddoto che mi ha sempre affascinato. È la storia di Johnny Green, il road manager dei Clash, che viene spedito dalla band con un demo dell’album – cioè le canzoni registrate nella loro sala prove/quartier generale di Pimlico, in un rush di adrenalina creativa alimentata da infinite canne , tazze di tè e partite di calcio; quelle prove generali, per capirci, che venticinque anni dopo sarebbero state pubblicate come Vanilla Tapes dal nome appunto del loro covo sul Tamigi – all’indirizzo di Guy Stevens, designato come produttore.
Green, forse per colpa di una fumata di troppo, riesce a dimenticarsi sul vagone della metropolitana i nastri, e pure il registratore da quattro soldi che avevano aggiunto al pacchetto perché lo spiantatissimo Stevens non ne aveva uno. Un roadie strafatto che si perde il frutto di settimane di lavoro invece di portarlo a un hippy completamente pazzo e alcolizzato che avrebbe dovuto metterci le mani sopra. Cosa avrebbe potuto andare male, da lì in poi? Ma quello che mi ossessiona è il pensiero del demo che viaggia da solo sulla metro di Londra, con tanto di registratore per rendere tutto più comodo. Penso a un tizio o una tizia – uno studente? un punk? una segretaria? una fan di Barry Manilow? un barbone? un deputato conservatore? – che lo trovano, lo portano a casa, si stappano una birra, guardano il risultato di Tottenham-Nottingham Forest, infilano la cassetta e premono play. Penso alla botta che quell’ipotetico lui o lei ha ricevuto in piena fronte. Il contagiato Numero Zero di London Calling. Immaginate di ascoltare quel disco senza nessuna sovrastruttura storica, critica e mitologica a falsarvi la prospettiva. Senza chiedersi se sarebbe stato meglio singolo invece che doppio, se fosse la svendita definitiva degli ideali punk o un “geniale riassunto di stili musicali”, se sarebbe stato definito miglior disco degli anni ’70 oppure degli anni ’80. Niente di tutto questo. Neanche la foto di Paul Simonon che sfascia il basso al Palladium di New York, che ancora non era stata scattata da Pennie Smith. C’è solo Londra che vi chiama (ma anche Los Angeles, Memphis, Kingston, l’Andalusia ecc.) e non c’è un cazzo da fare: quel richiamo è ir-re-si-sti-bi-le.
Difficile provare a immedesimarsi in qualcosa del genere, oggi che London Calling è diventato (letteralmente) roba da museo. Ma la verità è che già pochissimo tempo dopo l’uscita il suo status mitico si frapponeva ingombrante tra la “cosa vera” –le canzoni – e la percezione che ne derivava. London Calling è un disco nato per essere bigger than life. E’ diventato una sacra icona (punk) rock in tempo zero, e lo è rimasto per quarant’anni. Come tutte le icone è stata anche infranta e vilipesa, ma ha resistito ai vari tentativi di ridimensionamento. Non importa che giudizio musicale, culturale o politico si voglia dare dei Clash in un’epoca in cui i Clash sembrano più lontani persino di Elvis (al quale il lettering del titolo ammiccava), se li si considera ancora “l’unica band che conta” (un po’ difficile, se non hai più di quarantacinque anni) o dei pomposi e retorici poseur pseudo-rivoluzionari (“brigade rosse”, anyone?). Quello che è innegabile è che London Calling era, è e resterà un grandissimo disco rock’n’roll. Sempre che a quel termine – “rock’n’roll” – si voglia dare una accezione globale e onnicomprensiva, magari di comodo e oggi certamente poco spendibile, ma utilissima per riunire pulsioni e influenze che nel 1979 sembravano ancora poter confluire nello stesso fiume. Già, il fiume e il 1979.
“London is drowning, and I lived by the river…”. Bell’anno del cazzo, il ’79, soprattutto in Inghilterra. Inflazione, disoccupazione, razzismo, crisi petrolifera, il National Front che cerca di prendersi le strade e la polizia che mena di brutto (“that truncheon thing”…). Come ciliegina sulla torta di merda, Margaret Thatcher che diventa primo ministro. Addio welfare, la società non esiste, ci sono solo gli individui. Gli anni ’60 e la Swingin London sono lontanissimi, la beatlemania non può che essere “phony” e comunque già due anni prima non si diceva “no Elvis, Beatles or The Rolling Stones, in 1977”? Dal loro osservatorio di Pimlico, privilegiato ma non più di tanto, i Clash guardano quello che succede e accidenti se c’è materia per uno statement epocale. Poi un giorno Joe Strummer dà un’occhiata al telegiornale, sente dell’incidente alla centrale nucleare americana di Three Mile Island e delle possibili, catastrofiche conseguenze anche al di là dell’Oceano, e insomma l’apocalisse è servita. “The ice age is coming, the sun is zooming in/ meltdown expected, the wheat is growin’ thin/engines stop running, but I have no fear”. Eppure, nonostante le visioni da day after, “after all this, won’t you give me a smile?”.
Chi non tollera i Clash, e in particolare Strummer, sottolinea spesso con scarsa fantasia il loro prendersi troppo sul serio. Avessero ascoltato con più attenzione le parole di London Calling (la canzone e l’album in generale) si sarebbero invece accorti di quanta ironia ci fosse. Un’ironia per niente cinica, piuttosto un’ironia cartoonesca da cazzoni working class (o che avrebbero voluto esserlo, come il signor Mellor in arte Strummer) con un acuto senso del citazionismo pop. Quattro ragazzi appena tornati gasatissimi dal loro tour americano, dove avevano suonato I Fought The Law sullo stesso palco di Bo Diddley, in quel momento senza una sterlina in tasca e senza manager ma in compenso con un sacco di debiti nei confronti della CBS (insomma, le condizioni migliori per fare un grande disco di r’n’r.). Si prenda Spanish Bombs, altro pezzo che sta molto a cuore ai fan e ai detrattori dei Clash come seriosi e rispettabili compañeros para la revoluciòn. Ok, d’accordo: il riferimento alla guerra civile spagnola, a Garcia Lorca, alle bombe dell’IRA, pugni chiusi e tutto il resto. Ma come si fa a non piegarsi in due dal ridere sentendo Strummer cantare “Yo te quiero infinito, yo te acuerda, oh my corazón” nel più immacolato spanglish da Londra Ovest? O quando si pensa che in realtà il pezzo era dedicato a Palmolive, la batterista delle Slits (poi nelle Raincoats)?
Slits che a quanto pare avevano rubato in massa il cuore ai ragazzi, visto che Train In Vain era stata invece scritta da Mick Jones con Viv Albertine in testa. Pezzo dalle clamorose potenzialità pop, tra l’altro, e loro che fanno? Manco mettono il titolo sulla copertina del disco, avendolo aggiunto all’ultimo minuto. E ancora: quanto è divertente e gioiosa tutta quella fantasia su Montgomery Clift in astinenza da pillole e da alcol che si sfascia la mascella in un incidente d’auto e quindi lo riprendono solo dal suo Right Profile? Insomma: c’è il gioco, c’è l’amore, c’è il senso del comico. C’è anche una certa goffaggine, quando per esempio provano a togliersi di dosso i panni vagamente maschilisti che contraddistingueva la loro immagine da gang (o da “four horsemen”). Lover’s Rock, per dire, è sicuramente ben intenzionata, ma – dai, seriamente -“’cause a genuine lover take off his clothes, and he can make a lover in a thousand go’s”? Idem per le vignette anti-capitaliste e anti-società dei consumi come Koka Kola e Lost in the Supermarket, il secondo pezzo peraltro talmente delizioso nella sua eleganza dance-pop da anticipare persino i Pulp (li anticipa così bene che infatti Jarvis Cocker la riscriverà come Disco 2000).
E poi ovviamente c’è la musica. Nel senso di quella ascoltata, assorbita, metabolizzata e regurgitata dai quattro Clash in una sintesi a volte gaglioffa ma vibrante di passione sincera. Dal glam rock dei Mott the Hoople (di cui Guy Stevens era stato manager) allo ska, dal reggae al soul, dal rockabilly allo swing (Jimmy Jazz, che brano strepitoso), dal vecchio Bo davanti al quale si erano prostrati pochi mesi prima (Hateful) agli Stones di Exile On Main St.. Un processo di mimesi così genuina che le cover (la feroce Brand New Cadillac di Vince Taylor, Wrong ‘em Boyo dei Rulers e Revolution Rock di Danny Ray) sembrano originali dei Clash e pezzi originali come Rudie Can’t Fail o l’eterna Guns of Brixton (una sceneggiatura già pronta per Nicolas Winding Refn, non avesse avuto dieci anni in quel momento, e canzone che acutamente Charles Shaar Murray individuò come esemplare della vocazione martirologica dei Clash) sembrano cover di chicche giamaicane sentite di sfuggita alle serate di Don Letts,
Poi, con tutta la devozione per l’America, ci sono anche le citazioni del pop autoctono, e sono tra le più smaccate. Preferite i Kinks di Dead End Street (l’attacco della title track) o quelli inarrivabili di Waterloo Sunset (il riff di I’m Not Down)? In questo senso, c’è un modo forse più contemporaneo di guardare a London Calling, rispetto alla vulgata che lo vuole, come si diceva ottomila battute fa “geniale riassunto di trent’anni di tradizione musicale ecc. ecc.”. Non è tanto l’album che sanciva la fine del Termidoro punk, riportando tutto a casa, quanto forse il primo vero disco rock post-moderno. Più che l’omaggio da discepoli fa gioco il gusto per il pastiche, per il bozzettismo stilistico. E non c’è niente di male, quando le canzoni sono così belle, genuine, energiche, spontanee, motivate.
C’è molta più gioia che rivoluzione, in London Calling. Ed è probabilmente qua il segreto della sua grandezza. Di sicuro, è quello che avrà pensato il tizio o la tizia che aveva trovato i nastri dimenticati in metro da Johnny Green.
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