• Ott
    01
    2008

Album

Polydor

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Augurare a Robert Smith una cosa facile e bella come il sole non è del tutto banale. Ma forse lo è. A Smith Perfect Boy auguriamo di rimanere giovane. Per sempre. Di non fare figli. Di terminare con lui e così la parabola del suo esistere. Smith vecchio. Perfect Boy. Le depressioni, le droghine da liceo sono roba da adulti in fin dei conti. Quando si ammette che non si vuole crescere. Che nonostante tutto il cerone ci vuole. Che nonostante il peso essere leggeri è una questione mentale. Di pensiero semplice. Di accordi in maggiore. Di pop.

E perché no. Carichiamolo di una produzione facile e solida come una roccia per andare dritti al bersaglio. 4.13 e facciamo le ore piccole. Sogniamo di urlare al mondo che non è tardi per essere felici e ingenui. Come dei Perfect Boy. Il disco? Attacca romantico con Underneath The Stars pioggia di campanellini che voi sapete a cosa rimandano. E c’è Paul Thompson alla chitarra: quello senza il quale Disintegration e Wish non sarebbero stati gli stessi. E del resto è la solita storia: nell’economia di una band contano tutti, anche per il clima oltre che per la musica. Pensate a tutti i romanticoni coetanei dei Cure: McCulloch-Sergeant. Bono-The Edge. Impossibile scindere senza dolorosissime conseguenze.

Ma, a parte le retoriche, c’è una cosa veramente nuova: Robert Smith ha capito di non essere un purista, né del pop né del gotico o dark che dir si voglia. Che può non essere un paladino. E che se di qualcosa deve esserlo, questa cosa è la sua giovinezza da procrastinare, l’innocenza della sua scrittura e dei suoi campanellini, gli amici ritrovati, la serenità di riabitare quel parruccone e condividerlo pure con la moglie. Esattamente come vent’anni fa. Esattamente come questi anni in contemporanea e mondo visione. Star planetarie giusto un po’ minori rispetto a Rem e U2. Eppure neanche troppo. E con le stesse cose un pochino diverse e una produzione che non teme niente chissà. Magari c’è una nuova ribalta. Sperata. Ambita. Soprattutto perché, forte di una libertà di giudizio e di scrittura, il buon Robert fa quello che sa: mette melodie su armonie, trova qualche escamotage timbrico e produttivo e senza tanti patemi abbraccia il sogno di ogni giovane. Fare la rock star esattamente così.
Terminiamo. Ai nuovi-vecchi-soliti-insoliti Cure, che non scrivono melodie memorabili ma che arrivano con l’energia dove la vena pop da fischiettare dentro l’armadio è prosciugata, a loro diciamo auguri agli sposi e al posto dei chicchi di riso tiriamo fiori di Baudelaire.

Che stia in questa illusione d’eternità la vena più tragica mai espressa da Smith? Non siamo abbastanza innamorati per crederlo. 4.13 non è Achtung Baby.

1 Novembre 2008
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