• Mag
    03
    1982

Classic

Fiction

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«La maggior parte dei gruppi è felice di aver realizzato il proprio capolavoro. I Cure si sono sciolti». Prendiamo in prestito la fulminante presentazione di Mojo per parlare di Pornography. Per molti, il capolavoro dei Cure. Sicuramente un disco da cui non si ritorna. La fine, necessaria, di un ciclo, come ha dimostrato la carriera della band “sopravvissuta” a quell’album ma soltanto a costo di cambiare direzione in maniera repentina e disorientante.

Fino a Pornography Robert Smith e compagni avevano seguito un percorso abbastanza lineare; una progressione che li ha portati oggi a essere il gruppo dark quasi per antonomasia nell’immaginario degli appassionati. La musica dei primi Cure, asciutta e spigolosa, si affidava alle melodie del basso e ai contrappunti della chitarra – «chitarra, basso, batteria e un grande vuoto nel mezzo» –, contesa tra un pop punk frizzante e canzoni melodiche ombrose, già cariche di un certo sostrato emotivo pseudoesistenzialista. Poi arrivava il suono freddo, atmosferico di Seventeen Seconds, versione più spoglia e ugualmente ieratica del sound cupo e solenne di Closer dei Joy Division, con il gelido addensante costituito dalle tastiere duofoniche di Matthieu Hartley, subito estromesso dalla band ma del tutto funzionale nell’economia di quell’album, pensato come un mix tra Nick Drake e il primo Bowie berlinese di Low.

Un passo più in là c’era il funereo Faith, frutto di una crisi personale ed espressione di un misticismo nichilista, che con il suo respiro quasi liturgico evocava lo spazio sonoro di una cattedrale attraverso i mezzi a disposizione di un gruppo new wave: i ritmi di una lentezza quasi catatonica, la profondità dei giri di basso di Simon Gallup, le tastiere avvolgenti, l’eco che permeava la voce di Smith fino a farla sembrare un coro gregoriano.

Terza e ultima parte di un trittico dark riscontrabile anche in ragione delle analogie strutturali tra un disco e l’altro (dalla title-track sempre alla fine, alle scelte grafiche della copertina), Pornography dà una sensazione diversa: quella di guardare da vicino volte, pinnacoli, doccioni e garguglie di una cattedrale gotica alle loro vertiginose altezze ma stando chiusi dentro un ascensore. Magari con una camicia di forza, in preda a deliri e visioni oniriche di figure contorte e mostruose che si animano dentro la propria testa. Una visione comunque in macro, che ingigantisce i dettagli più angoscianti e li amplifica in un wall of sound («Phil Spector all’inferno» scrissero sul NME) mai così marcato e dai toni persino epici. Minimalismo amplificato, che scolpisce in maniera prepotente le atmosfere drammatiche dei testi, scritti da Robert Smith guardando alla psicosi come a un orizzonte non troppo lontano.

Dopo aver ammesso che Faith prendeva spunto da una riflessione sulla morte (ispirata dalla malattia della madre di Lol Tohlrust, poi mancata nei mesi successivi all’uscita), Smith parlò del mood di Pornography come di uno «stato maniacale». I testi recano traccia del suo interesse per l’universo della malattia mentale, e di un’empatia nei confronti di questo tema che cresceva di pari passo con la sua alienazione rispetto al mondo circostante e in seno alla sua stessa band. Come Ian Curtis – a cui molti lo paragonavano e che studiò l’epilessia prima di essere colpito da quel male – il leader dei Cure viveva sull’orlo del baratro per lo stress, la droga e i rapporti nella band che si stavano deteriorando, complice il suo doppio impegno tra Cure e Banshees. Pensava che si sarebbe trovato, un giorno, a cantare di fronte a un muro. Il muro contro cui stava già sbattendo.

Pornography doveva essere l’ultimo disco dei Cure e per questo ha qualcosa dell’atto definitivo. Come la paranoia che si taglia con il coltello nell’iniziale One Hundred Years, una colata di lava nero pece scandita da una ritmica ripetitiva, metronomica con un accenno di rullante, che sembra una sentenza inappellabile, e un riff assillante, una sorta di bending ossessivo con un breve arpeggio nella coda, al posto del ritornello. Uno dei brani più potenti della produzione dei Cure e anche uno dei più rabbiosi e disperati: «Non importa se moriamo tutti» è un incipit che non lascia molto spazio alle interpretazioni. La canzone era la risposta piccata dell’autore a chi lo immaginava come il prossimo Ian Curtis, ma descrive comunque uno scenario di desolazione totale.

L’album, dal canto suo, è un affresco demoniaco dove le tinte monocrome di Faith e Seventeen Seconds risultano virate verso una bicromia simbolica tra rosso e nero, il rosso della rabbia, del sangue, del rossetto sbaffato che colava sulla faccia nei concerti e faceva sembrare Smith come se lo avessero appena preso a pugni (curiosamente, i Cure non avevano ancora l’uniforme dark che avrebbero indossato solamente dopo la svolta pop). Il rosso di tutto questo insieme al nero della notte più cupa.

Anche da un punto di vista sonoro Pornography è uno shock. Se Faith era una litania funebre, il quarto album dei Cure è un grido di angoscia. E se il brano eponimo sublima in un acido rumorismo le inclinazioni psichedeliche di Robert Smith – una psichedelia romantica, pregna di visioni oscure, degne di un quadro di Fussli –, in generale il sound dark rarefatto dei dischi precedenti si irrobustisce di più plastiche venature rock. È qui che per la prima volta la musica dei Cure si avvicina a un muro di suono, nel riverbero compatto degli arrangiamenti, che trasforma le melodie depresse nei blocchi quasi sinfonici di Siamese Twins e The Figurehead, nelle chitarre più spesse e incisive come la lead guitar di A Strange Day, e nelle scansioni in primo piano della batteria. Lol Tohlurst dà il suo miglior contributo alla causa dei Cure nel drumming tra il tam tam e la marcia militare di The Hanging Garden o nei pattern ripetitivi di una Cold che tiene fede al titolo come meglio non potrebbe, e nel complesso con figure tra il tribalismo e uno stile meccanico e ipnotico da drum machine, che all’ascolto suona quasi irreale. Ancora oggi Pornography rimane un disco di un’intensità spaventosa che evoca gli spettri dei predecessori non più con la stessa evanescenza avvolgente, ma con una concretezza più trascinante e teatrale. Per questo si è portati a preferirlo nel catalogo del gruppo inglese.

I Cure dei primi anni ’80 di fatto finiscono qui. Pornography è l’album che li ha “esauriti” in tutti i sensi. E se dal lato artistico questo ha una valenza positiva, non si può dire altrettanto sul piano personale. Dopo essere venuti alle mani, Robert Smith e Simon Gallup non si parleranno per un anno e mezzo. Nei mesi successivi il gruppo non esiste più. Per sopravvivere alla sua creatura, Smith dovrà distruggerla, non ponendo fine al suo percorso, ma facendola rivivere sotto altre sembianze per scrollarsi di dosso l’immaginario a cui la band si era legata con la musica triste e angosciante. Un nuovo trittico, questa volta di 45 giri, Let’s Go to Bed, The Walk e The Lovecats, farà momentaneamente piazza pulita del lato oscuro dei Cure per lanciarli come gruppo pop da classifica, evitando loro di diventare la parodia di se stessi o di rimanere soltanto un santino per i dark più depressi. Quello dell’oscurità è un discorso che ritornerà ancora nella carriera della band inglese; il muro resterà lì, ogni tanto Robert Smith tornerà pure a guardarlo da vicino, come dimostra il fil rouge che lega Pornography a Disintegration e Bloodflowers, testimoniato anche da un DVD. Ma da allora è stata, comunque, davvero, tutta un’altra storia.

12 Febbraio 2014
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