Recensioni

Una pausa quando prima si era corso, la conta dei reduci dopo che gli altri se ne sono andati, gli scazzi interni, le aspettative dopo alcuni album fortunati ma non del tutto a fuoco: c’era tutto per stare con i fucili puntati al cospetto del nuovo album dei The Drums, quantomeno per vedere se i Nostri sarebbero rimasti relegati al ruolo di eterna promessa oppure no. Con Encyclopedia Jonathan Pierce e Jacob Graham si trovano davanti ad una sfida: senza tirare fuori lo stereotipo del terzo album, il duo è quasi costretto a fare “il grande passo”, quello che ti fa svoltare una carriera dopo alcuni segnali di appiattimento e magari ti catapulta nel club dei grandi. Almeno, questo piace pensare a chi ha seguito la loro carriera, fatta di surf e spleen, di elettronica tenue e chitarre secche, di abbigliamento hipster e di un immaginario a metà strada tra Stati Uniti da mercoledì leonini e brughiere smithsiane. Tutti elementi che fanno capire che i ragazzi di Brooklyn e il loro sound, tra i grandi (inteso come adulti), non vogliono entrarci. Almeno, non ora: meglio continuare a divertirsi, anche se con un filo di malinconia.
C’è subito da dire che nella prima parte del disco i Drums non ne sbagliano una: dalla spiazzante intro (hard rock suonato dagli Echo & The Bunnymen) di Magic Mountain a Let Me, ci sono sia melodie intriganti che intrecci di elettronica e cori, ad impastare canzoni dall’ottimo impatto. I Don’t Pretend è il ballo di fine anno fatto di drum machine, chitarra secca e malinconia struggente, Kiss Me Again è il pezzo pop perfetto, zuccheroso come il titolo vuole, chitarre echeggianti sotto i synth in primo piano, linea di basso che detta il passo, e quei cori miagolanti che ti stendono. L’uso dell’elettronica è maggiore rispetto al passato, ma si tratta di sfumature, mentre i riverberi tra Magnetic Fields e 60s restano sullo sfondo a delineare l’atmosfera.
Nella seconda parte l’album scende leggermente di tono, in momenti come la chiusa di Wild Geese e U.S. National Park: ma parliamo di due pezzi su dodici. Basta un attimo e ti ritrovi dentro a There Is Nothing Left, (puro Drums-sound nella sua massima tipicità ed efficacia, impreziosito da policromia sonora) e nella lenta e spettrale Bell Laboratories, un tentativo forse timido ma comunque interessante di sfondare dalle parti dei primi Knife.
E qui nascono alcune considerazioni. La band ha avuto nel tempo (dai primi EP fino a Portamento) il difetto di non tentare mai realmente l’allargamento dei propri orizzonti sonori, se non con qualche slancio più umorale/tematico che sonoro: oscillamenti però sempre interni a quell’orizzonte di cui si diceva sopra. È questo – assieme alla constatazione che forse, con qualche pezzo in meno, questo sarebbe stato un signor album – l’unico problema dei Drums: se si cerca la band che sconvolge il proprio universo e si reinventa, allora si perde in partenza, perché la cosa non è né nelle corde, né nei desideri del duo. Se invece si analizza la cura del dettaglio, la bellezza delle melodie, l’equilibrio tra trascinante e suadente, allora sì, i Drums hanno fatto un buon disco.
Encyclopedia è un album in fin dei conti riuscito, senza dubbio un passo avanti: quel passo che magari non ti permette di entrare nel club dei grandi (e per quello forse c’è ancora tempo) ma che attesta un ottimo stato di ritrovata forma.
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