Recensioni

5.8

Tagliare il traguardo dei cinque album per una qualsiasi indie band deve essere fattore di enorme gratificazione. Può significare che la proposta artistica è stata fino a quel momento in grado di soddisfare un’audience precisa, ma allo stesso tempo può voler dire trovarsi di fronte a scelte difficili che vanno al di là del banco di prova del tanto temuto “album numero tre”.

Di fronte a tali difficoltà devono essersi trovati i californiani Growlers che, reduci da un seppur buono Chinese Fountain, con quattro album all’attivo cominciavano a dare sintomi di stanchezza e di una certa incapacità di rinnovarsi. Imboccata questa strada senza (apparente) via d’uscita, i quattro di Dana Point, guidati dall’eccentrico Brooks Nielsen, devono aver pensato che il loro psych/beach-goth avesse bisogno di una rinfrescata e, per correre al riparo, hanno visto nel Julian Casablancas produttore la loro unica ancora di salvezza. Col senno di poi, però, di tale scelta i quattro potrebbero presto pentirsi perché in City Club Nielsen & co. finiscono per mettere da parte la stralunatezza psych che li aveva contraddistinti nell’ambiente musicale californiano, per abbracciare un suono che evidentemente non gli appartiene.

Il rock glitterato e suadente tipicamente newyorchese della traccia che dà il nome all’album, di Night Ride, Rubber & Bone, I’ll Be Around e Neverending Line, prende infatti il sopravvento, offuscando anche quel poco di buono che da sotto la coltre di bassi e synth potrebbe emergere (vedi la latineggiante When You Were Made, la soleggiata The Daisy Chain e una Speed Living dai riflessi à la David Bowie di Sound and Vision). E questo cambiamento, che ha portato la band dagli strambi poncho psichedelici a vestire “violenti” chiodi di pelle, finisce con il rendere il suono dei quattro impacciato e fuori luogo. Ecco, quindi, che la brusca sterzata stilistica/artistica si rivela una scelta al quanto azzardata e, se proprio non si volesse addossare tutta la responsabilità ai Nostri, potremmo quanto meno attribuire gran parte del demerito alla “cattiva compagnia”. Ma certo non servirebbe a salvare un album che ha poco da dire e da aggiungere alla parabola artistica dei quattro.

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