• Giu
    26
    2015

Album

Odd Future Records

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C’è un filo da qualche parte che collega questo ultimo disco dei The Internet (duo allargato che confluisce nel collettivo ed etichetta Odd Future: se volete dire “nu-soul”, questo è il momento) e l’eterno ritorno che è diventato, ormai, il passaggio dall’autentico al fasullo e viceversa della pop culture. C’è un filo che diventa cavo, se si pensa al nome del gruppo ed al cortocircuito che innesca la musica, a livello di speculazione. C’è un percorso che è più un giro sulle montagne russe, saliscendi della visibilità mediatica: quello che prima veniva dalla black music più sanguigna si è poi trasformato in prodotto (partendo dagli anni ruggenti di Janet Jackson in combutta coi mega-produttori Jimmy Jam & Terry Lewis fino alle TLC o ad Aaliyah), spesso diventando “plasticoso”. Poi è divenuto feticcio da rivalutare (vedi Kindness, Bok Bok, fino a Zomby che campiona proprio Aaliyah) fino a costituirsi, in filigrana, come uno degli elementi di ciò che, comodamente e soprattutto in terra d’Albione, è stato chiamato post-dubstep. Se si arriva poi a citare PC Music, non è un caso: il loro obiettivo è proprio far passare per autentico qualcosa di “plasticoso”. Cortocircuitare. Occhio al cavo, arrivano The Internet (!!!).

La risposta di Syd Tha Kid e Matt Martians, consapevole o meno poco importa, è stata quella di asciugare il suono, lasciare l’osso, anche rispetto ai dischi precedenti. In questo lavoro tutte le direttrici di cui sopra sono state spogliate furbescamente della propria superficie, nel tentativo di cercare lo spirito che ne anima le mosse. Non si sa se The Internet lo abbiano fatto per cercare una verità nella propria espressività o per lasciare tutto in mano all’ascoltatore. Per dire: non si colgono synth ingombranti, campionamenti pantagruelici, ritmi smozzicati. Ciò che conta è il lavoro su melodie vocali, groove (così lenti da risultare ipnotici), linee di basso killer che si insinuano nei silenzi. Non c’è, a livello sonoro, mai un sovraccarico, anche quando lo sviluppo del brano cambia e si snoda lungo (i 6’20”di Something’s Missing, ad un certo punto ricoperti di suoni latini). I ritmi sono quadrati ma sinuosi, le voci bellissime e funzionali, e qui e là (come in Pentohouse Cloud) affiorano cambi che rendono il tutto più sfaccettato senza essere pretenzioso.

Ci sono gli ospiti giusti, come Janelle Monáe o Tyler, The Creator, ma il loro, in questo sistema così preciso, è un contributo che deve adattarsi ai padroni di casa: fisico, sentito ma sempre austero, votato al taglio più che al torrenziale. La parola “taglio” non è usata a caso, anche per dire di pezzi come l’iniziale Get Away, che comincia proprio in media res. Sintesi unita a sostanza: il nu-soul dei The Internet è un piccolo monumento al minimalismo romantico, alle vie laterali che può seguire la sessualità prima di arrivare alla consapevolezza (che è poi un altro modo per dire del binomio autenticità/fasullo, se ci pensate). Tutto ciò è testimoniato da un titolo d’album che è il cappello interpretativo della performance, che parte dall’attrazione (“now she wanna fuck with me”, canta Syd nel primo verso del disco, ed è una apertura che fa capire subito che il balletto uomo/donna non è superato ma affiancato da nuove, finalmente riconosciute coppie: tutto è più complicato) e arriva alla droga e alla morte, che sia la propria coi selfie o quella dell’altro in una sparatoria (la già citata Penthouse Cloud).

Se volete un disco che non richiede molto impegno ma che dà in cambio tanto, Ego Death è quello che fa per voi.

27 Luglio 2015
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