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Nel 2008, all’epoca della pubblicazione di The Age of the Understatement, Alex Turner e Miles Kane erano poco più di due sbarbati che giocavano a vestire i panni di romantici chansonnier. Ma mentre Kane era ancora agli albori della sua carriera – che sarebbe decollata solo a partire dal 2011, una volta messosi in proprio (Colour of the Trap, Don’t Forget Who You Are) – e prendeva l’esperienza nei The Last Shadow Puppets come trampolino di lancio, Turner la vedeva come l’occasione per scendere dall’inebriante giostra del successo che aveva regalato ai suoi Arctic Monkeys la nomina di baronetti dell’indie-rock britannico. In un’epoca in cui parlare di “classici” era (ed è) considerata un’eresia, tanto il concetto di “album che dura nel tempo” è divenuto effimero, The Age of the Understatement, con la sua rivisitazione in chiave british di un baroque pop orchestrale impregnato di romanticismo francese e di un certo immaginario cinematografico americano, riuscì a guadagnarsi – anche grazie alla produzione di James Ford (Simian Mobile Disco) e al tocco di Owen Pallett nelle parti orchestrali – l’etichetta di instant classic, che portò addetti ai lavori e non a decretare Turner e Kane come il futuro della musica pop inglese.

Aspettative che nel corso di questi otto lunghi anni sono state ampiamente rispettate. Se da un lato, infatti, Turner e le sue scimmie artiche hanno fatto armi e bagagli per spostare, sotto l’egida di Josh Homme, il proprio baricentro (stilistico e artistico) dalla grigia Sheffield all’arida California (conquistando anche il pubblico americano), dall’altro Miles Kane è riuscito nell’intento di riportare in vita la fiamma del britrock più sferragliante. Viene però da chiedersi se al successo sia seguita o meno una maturazione artistica dei due. La risposta, ancor prima di immergersi nell’ascolto di Everything You’ve Come to Expect, si direbbe affermativa. Fermandosi all’apparenza, i visi d’angelo dei due enfant prodige hanno assunto il ghigno beffardo di chi sa di avercela fatta, e una certa strafottenza è avvertibile nel loro modo di porsi (tanto da essere costata a Miles l’accusa di sessismo da parte di Rachel Brodsky, giornalista di Spin, durante un’intervista ). Ma musicalmente?

Everything You’ve Come to Expect, registrato nell’esotica Malibu tra le storiche mura degli Shangri La Recording Studios ora nelle mani di Rick Rubin, non fa che confermare e ribadire quanto di buono era custodito nel predecessore. Ma anziché partire da esso per poi arricchirlo e spingersi oltre, questo secondo capitolo sembra essere il risultato di un lavoro per sottrazione e alleggerimento. Le suite orchestrali (dirette dal solito Pallett) perdono infatti in “epicità” per intrecciarsi con maggior naturalezza a chitarre oscillanti tra il garage-psych-rock (Bad Habits, Used To Be My Girl) e dense ballate dal solito retrogusto baroque (Miracle Alligner, Sweet Dream TN, Pattern), ora arricchite dal nuovo taglio vocale, versione crooner, di Alex Turner (un Richard Hawley più patinato). Romanticismo («All of our exchanges are by candle light / I just realised»), sensualità (vedi la suadente Dracula Teeth e l’ammiccante Aviation) e immagini tra l’onirico e il cinematografico (il caleidoscopico mulinello beatlesiano della traccia che dà il nome al disco e la ballad The Dream Synopsis, in tal senso, rappresentano i veri bijoux del disco) completano un album che sprigiona la classe e lo stile nel comporre del duo, quest’ultimo paragonabile a una sorta di John e Paul del ventunesimo secolo.

E chi otto anni fa aveva puntato su di loro, oggi può raccogliere i frutti della scommessa.

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