Owen Pallett (CA)

Biografia

Il violinista canadese Owen Pallett, fino al 2009 conosciuto con il moniker di Final Fantasy, classe 1979, ha ormai un nutrito curriculum alle spalle, tra dischi in proprio e numerose collaborazioni. Pallett viene da un piccolo sobborgo nei pressi di Toronto, ha un background classico intrapreso sin da piccolo con un padre organista di chiesa, studi di pianoforte, pièce composte in pre-adolescenza per un videogame ideato dal fratello maggiore, per approdare poi all’Università di Toronto per studiare composizione classica. Fa parte del trio Les Mouches, con Rob Gordon e Matt Smith, con il quale pubblica due album in studio e un EP, dal 2002 al 2004.

Il progetto Final Fantasy – tributo alla sua anima nerd – nasce un anno dopo la conclusione degli studi universitari, nel 2003, essenzialmente come one-man band. Il Nostro si è intanto unito ai Picastro e ha iniziato la sua attività come arrangiatore per gli Hidden Cameras e gli Arcade Fire tra gli altri, di cui è violinista.

L’esordio con Has A Good Home (2005) non convince, secondo il nostro Edoardo Bridda. Composizioni per violino e pedale del loop conducono l’album a snodarsi tra chamber pop e songwriting che ricordano Patrick Wolf, mentre certo minimalismo riporta da un lato alla Penguin Cafe Orchestra, dall’altro ad ascendenze seventies, Nick Drake su tutte (si ascolti l’accorata Adventure.exe); seguono riferimenti Arcade Fire, Postal Service e melodie eighties (This Is The Dream Of Win & Regine), che culminano nel lirismo della sinfonia per archi di That’s When The Audience Died.

La maturazione si concretizza nel successivo He Poos Clouds (2006), un concept album le cui composizioni sono ispirate ai livelli di Dungeons And Dragons, l’epico videogame fantasy. Qui il minimalismo del precedente lavoro lascia il posto ad arrangiamenti stratificati e a una riuscita unità concettuale, tra pop e struttura classica. Le canzoni sono arrangiate per quartetto d’archi, pianoforte, harpsichord e percussioni, si insiste su composizioni piene ed enfatiche, che occhieggiano al solito Wolf, a Rufus Wainwright e a Xiu Xiu, a Nick Drake e allo Scott Walker più arty (If I Were A Carp). Numerose le citazioni testuali al mondo virtuale, dai giochi Nintendo alle Cronache di Narnia, mentre il sottotesto è una autobiografica riflessione intorno al rapporto tra ateismo e morte.

Autobiografismo presente da sempre in Pallett, che affronta il tema dell’identità del queer artist quale egli è in modo defilato, non da attivista. Non facendoci esattamente della musica militante sopra, ma affrontandolo da un punto di vista dell’identità, piuttosto che dell’affermazione, essendo tra l’altro il Canada, da questo punto di vista, uno stato piuttosto libertario.

Due EP annunciano Heartland (2010): il primo è Spectrum, 14th Century EP (2008), una collaborazione con i Beirut registrata durante le session di The Flying Club Cup, e che ha visto Pallett arrangiarne gli archi. Un set di cinque pezzi che prosegue la strada di He Poos Clouds, largamente arrangiati con atmosfere jazzy e ambient. Il secondo mini, Plays To Please EP (Slender Means, 2008) cambia ancora le carte in tavola: trattasi di cover di sei pezzi di Alex Lukashevsky, musicista di Toronto leader del gruppo Deep Dark United. In origine blues soprattutto acustici, vengono qui rivisitati da Pallett, Andrew Bird e altri ospiti, in un chamber jazz cabaret drammatico, tra orchestrazioni classiche e musical di Broadway, con il tocco del Nostro e la sua voce a far da collante.

Intanto Pallett a fine 2008 ha cambiato definitivamente nome, abbandonando lo storico moniker Final Fantasy a favore del vero nome. In ballo questioni di copyright con l’omonimo videogioco che lo hanno volontariamente convinto ad affrancarsi definitivamente dal marchio, togliendolo anche dai dischi precedenti una volta ristampati. Sintomo anche questo di quella precisione quasi maniacale che lo contraddistingue.

Heartland (2010) è ampiamente orchestrato e stratificato con la partecipazione della Czech Symphony di Praga e di Gentleman Reg, Nico Muhly e Jeremy Gara (batterista degli Arcade Fire) tra gli altri; l’album ha una base narrativa di concept, e un’ambientazione in un regno fittizio, Spectrum, ed è basato su conversazioni tra la divinità del posto e un giovane fondamentalista religioso, Lewis. Argomenti, questi, che sono metafore sul senso umano di appartenenza e/o non appartenenza a un posto e sulla xenofobia che ne può derivare. Una personale “song cycle di fiction contemporanea” che deve molto all’amato Van Dyke Parks, nella quale si passa dalle marcette militari ottocentesche al synth e al chamber pop, fino alla saturazione del suono, in un mix di analogico e digitale. Il lavoro della maturità.

Numerose le collaborazioni di Pallett nel corso della carriera: ha registrato e suonato con Jim Guthrie, Beirut, The Hidden Cameras, Gentleman Reg, Arcade Fire (ha scritto con loro gli arrangiamenti degli album Funeral, Neon BibleThe Suburbs e Reflektor); ha realizzato remix per Stars, Grizzly Bear, Death From Above 1979; ha composto le colonne sonore dei film The Box di Richard Kell (2009, insieme a Win Butler e Régine Chassagne) e The Wait di M Blash. Con Win Butler è stato candidato agli Oscar 2014 per lo score di Her di Spike Jonze.

Il 27 maggio 2014 è stato infine pubblicato In Conflict, perfetta sintesi di quanto realizzato finora dal musicista canadese. Synth e percussioni predominano, Brian Eno partecipa (synth, chitarra e cantato in alcuni brani). Disco più personale dei precedenti: il punto di vista di Pallett si sposta dai vari personaggi dei precedenti concept a se stesso. Melodico, drammatico, ma non retorico.

 

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