• Set
    13
    1994

Classic

Bad Boy Records

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È immediato – e legittimo – mettere in relazione Ready to Die con Illmatic, di cui è praticamente contemporaneo. È lo stesso Biggie a citarne qualche line qua e là, e d’altronde al tempo si era nel pieno di una contesa (anche se non possiamo parlare di un vero e proprio beef) in merito a chi spettasse la corona di miglior rapper East Coast, ovviamente tra Rakeem, Nas e lo stesso Notorious. Pur entrambi figli legittimi – i più illustri – di una contingenza e di una città (New York), il rispettivo approccio è totalmente diverso. Se Illmatic resta il miglior attestato di amore e realismo per la Grande Mela di tutta la Storia hip hop, al centro di Ready to Die troviamo piuttosto lo stesso Biggie, la sua vita, il suo percorso e il suo futuro.

Madre single e lavoratrice, infanzia povera e scuola abbandonata anzitempo, la storia di Notorius somiglia sinistramente a quella di tanti altri ragazzi afroamericani di NY finiti non troppo bene. La sua occupazione principale durante tutta l’adolescenza resterà lo spaccio di droga, che continuerà anche dopo la nascita della figlia T’yanna, facendo la spola tra carcere e strada e iniziando a rappare quasi per gioco. A scoprire per primo il talento del giovane Wallace fu Sean Combs, che ne sentì un primo demo mentre ancora lavorava per la Uptown. Licenziato di lì a poco, Combs fondò la sua etichetta – Bad Boy Records – seguito da Biggie che ne ripagò la fiducia pubblicando Ready to Die per la neonata label.

Produttivamente il disco non è granché. O piuttosto, le basi da sole non hanno molto del capolavoro – cosa che invece può valere per tutti gli altri capolavori della costa atlantica di questo periodo, ancora Illmatic su tutti. Mettiamo le mani avanti a scansare le accuse di sacrilegio dopo questa affermazione: Ready to Die è buono e funzionale, ma non sarebbe assolutamente da mani nei capelli se guardassimo solamente le basi. Il sampling è il perno di tutto, con un parco campionamenti (non esente da qualche bega legale relativa ai diritti d’autore) ricco e vario: si va dai soliti classici r&b e soul (da James Brown a KC & the Sunshine Band) a qualcosina di jazz (Lonely Fire di Miles Davis). Ritornelli e soluzioni di brani altrui vengono ripresi e rimasticati, manipolati e riarrangiati, in continuità con quella che è una delle caratteristiche più importanti dell’hip hop – il riutilizzo trasfigurato di un patrimonio condiviso di classicità black. Tutte cose in sé fatte anche bene, ma al contempo già esplorate e declinate – spesso meglio – da tanti altri.

L’escamotage probabilmente più interessante lo troviamo in Intro, dove è già declinato il concept del disco nella sua piena interezza: la narrazione di nascita, problematica infanzia, adolescenza e maturità di Biggie è sostenuta da un parallelo e significativo excursus musicale che inizia con Superfly di Curtis Mayfield e procede con uno dei primi picchi commerciali del nascente fenomeno hip hop, quella Rapper’s Delight della Sugarhill Gang che servirà – tra gli altri – anche ai Queen di Another One Bites the Dust; chiude Tha Shiznit di Snoop Dogg, e la metafora ci sembra abbastanza evidente. La funzionalità di cui parlavamo è in relazione al rapping di Biggie: la medietà delle basi ne asseconda la grandezza di scrittura e flow, seguendone il variare degli umori: siano essi la voglia di “dreiana” West Coast nella sinth-driven e radiofonica Big Poppa, oppure la scarna oscurità della conclusiva (concettualmente) Suicidal Thoughts. La morte attorno a cui ruota tutto l’album può poi essere intesa in senso letterale oppure metaforico, per cui a terminare sarebbe la vita da criminale di Biggie e la futura Life After Death sarebbe la conquistata serenità – economica e spirituale – dell’agguantato successo. La dicotomia tra passato da drug dealer e attualità da rapper che ce l’ha fatta è centrale nella maggioranza delle tracce, una su tutte Machine Gun Funk. Nel distico «all I want is bitches, big-booty bitches / Used to sell crack, so I could stack my riches» c’è la chiara contrapposizione tra il presente del primo verso e il passato del secondo; una sintesi ancora più efficace la troviamo poco dopo nell’antitesi «I’m doing rhymes now, fuck the crimes now».

Ora, senza spendere ulteriori parole sulla potenza iconica – anche generazionale – dei versi più celebri (si è già detto e scritto di tutto su episodi come l’It was all a dream in apertura di Juicy), la grandezza di Notorious si può ben vedere anche dalle pieghe minime del suo rhyming. La continuità più evidente a livello di espedienti retorici è ovviamente con Rakeem (prima) e Nas (ora), quindi rime interne e multisillabiche a potenziare un virtuosismo a tratti stordente. Il portato innovativo (uno dei tanti) in questo senso è ad esempio l’abilità di Biggie nel creare rime interne anche dove teoricamente non ci sarebbero, o perfezionarle se imperfette; si veda ad esempio nel verso di apertura di Warning, dove l’assonanza di morning e dawn sarebbe solo parziale o comunque non strettamente convenzionale; dettagli come modificare il dittongo per renderla una rima interna perfetta al 100% sono finezze magari laterali, ma che evidenziano una volta di più la grandezza di Biggie sia come scrittore che come interprete.

Narrativamente, la restituzione del suo passato da spacciatore e della vita di strada a NY restano gangsta ma, a differenza dei rivali West, sono permeate da un senso di tragedia imminente, di assenza di speranza – nonostante il POV sia quello di uno che ce l’ha fatta a tirarsene fuori. È qualcosa che ti porta ad avere paura di quell’immaginario, piuttosto che ad abbracciarne una discutibile celebrazione. Ciononostante, il flow e l’andamento restano piacevolmente smooth, con una piana eleganza che ancora una volta può ricordare certi fraseggi jazz. Era un qualcosa che non si era mai sentito. Al netto degli skit scoparecci, dei presunti beef a Pac (Who Shot Ya?, comunque successiva) e di tutto il prescindibile contorno di hype e polemiche, era l’approdo definitivo a una dimensione strettamente artistica di qualcosa che fino a quel momento era raramente stato ritenuto tale. «You never thought that hip hop would take it this far».

21 Settembre 2017
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