• mar
    30
    2015

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Essential Music and

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Tutto si può dire dei Prodigy tranne che non siano mai stati coerenti con loro stessi e con i loro fan. Attiva dal 1990, la band di Liam Howlett ha segnato profondamente la musica e la cultura dei nineties con videoclip memorabili (un nome su tutti: Smack My Bitch Up) e sdoganando – in compagnia di personaggi come Chemical Brothers, FatBoy Slim e Daft Punk – un crossover a base di dance in ambito mainstream che ha permesso loro di gestire, senza gravosi compromessi, stardom e qualità artistica.

Il sesto album in studio in venticinque anni di carriera, The Day Is My Enemy, che arriva a ben sei anni di distanza da Invaders Must Die – e a ben undici da Always Outnumbered, Never Outgunned – mostra al solito le buone capacità produttive di un Howlett qui alle prese, se vogliamo, con il suo disco punk (e dunque con The Fat Of The Land nel cuore). La variegata scaletta procede compatta lungo i quasi sessanta minuti: si va dalla title track in apertura in compagnia di Martina Topley-Bird, che stempera il classico bordone elettrock del trio con tocchi di retromania chiptune (arrangiamenti che troviamo a prezzemolo lungo la tracklist), alla declamata e urbana Ibiza in compagnia delle pose à la Fall degli Sleaford Mods, dalle citazioni Rage Against The Machine di Rok Weiler a quelle centellinate provenienti dalla cultura rave (Destroy e Rhythm Bomb con Flux Pavilion), fino a Beyond The Deathray, un fuori programma strumentale che mostra un lato (non del tutto) inedito dei Prodigy: il crescendo cinematico.

Chi, ascoltati i quattro brani che hanno anticipato il disco – ovvero il singolo Nasty, Wild Frontier, Wall Of Death e la title track – auspicava che il nuovo album fosse un flop e la carriera dei Prodigy in picchiata dopo Invaders Must Die, dovrà ricredersi. Non sarà il «più aggressivo degli album pubblicati finora», parafrasando quanto sbandierato nelle cartelle stampa, ma una solida dichiarazione d’intenti contro «tutti quei dj coglioni e ai tutorial di merda su YouTube» quello sì, anche se non ci voleva poi molto a battere sullo stesso terreno un esercito di preset wannabe.

Il cocktail di pura energia violenta di Howlett rimane il medesimo; sono alcuni ingredienti a venir dosati in modo differente rispetto al passato, e sempre sulla base di inossidabili breakbeat che, assieme alle folate sintetiche e ai riff elettrock, costituiscono da sempre la roccaforte sonica del progetto. Questo, che vorrebbe essere il disco punk dei Prodigy, non ergerà la band tra i giganti della tradizione inglese (come il producer spera) e, di sicuro, alcuni episodi-riempitivo non vanno taciuti (Get Your Fight On, Nasty, Rebel Radio), ma l’album è tutt’altro che la bolsa riproposizione di cliché à la Firestarter (semmai un nuovo capito post-Outnumbered – che rimane il loro disco più variegato, black e ricco di spunti).

Del resto, la differenza tra i Prodigy e un qualsiasi emulo EDM è sempre la medesima: Howlett i dischi li sa produrre, e bene. Qui, ad esempio, rispetto alla coordinata principale – la fisicità – ha giostrato nuove viste sull’immaginario videogame e soundtrack, due elementi presenti anche in combinata nel disco. Di più, c’è tutto un sostrato di stradaiola fierezza working class nella discografia dei Prodigy (vedi anche la Shoot Down con Liam Gallagher) che attraversa in particolare quest’ultimi due dischi e aggiunge ulteriore peso specifico alla proposta. Peccato solo che The Day Is My Enemy non contenga versioni 2.0 di Smack My Bitch Up o Firestarter. Rimangono i muscoli e il cervello ma non l’affondo decisivo per nuove hit. E questo sì, va rubricato alla voce: proposta storicizzata.

30 marzo 2015
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