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7.4

Fine corsa per The Skull Defekts, che decidono arrivarci in maniera spettacolare e pubblicando il miglior disco della loro carriera. Una gestazione bella lunga (due anni pieni) e travagliata quella che ha portato la band svedese a questo omonimo epilogo. Dal 2016 ad oggi, la formazione ha visto perdere pezzi importanti (Hunta, percussionista storico degli Skull, abbandona poco prima di partire con le registrazioni) guadagnandone però di nuovi e altrettanto talentuosi come Mariam Wallentin, 50% dei Wildbirds and Peacedrums e cantante e percussionista alla bisogna nella Fire! Orchestra del generale Mats Gustafsson. Li avevamo lasciati nel 2014 con l’ottimo Dances In Dreams Of The Known Unknown gli svedesi e, da come partono in questo nuovo episodio, si può dire che ne sentiremo veramente la mancanza. Pronti via, e nei in sei minuti e quaranta della strumentale A Brief History of Rhythm, Dub, Life and Death mettono tutto quello che promettono nel titolo; anzi, riscrivono la storia a modo loro, raccontando a bastonate e coltellate, di oscure giungle tra dub di asfalto, acciaio e veleno (lontanissime parenti di quella del Marley di Catch a Fire).

Se si dovesse paragonarli a qualcuno, senza dubbio si dovrebbero citare i Siouxsie and the Banshees, vuoi per la voce di Mariam (sontuosa in Slow Storm e Powdered Faces), vuoi per l’approccio percussivo delle composizioni, vere e proprie ballate oscure e tribali. Ma ci stanno pure gli accostamenti con Swans (Clean Mind) e Bauhaus (The Dance). Gli Skull Defekts sono perfetti nell’utilizzo del linguaggio e delle atmosfere, semplicemente hanno sbagliato epoca. C’è anche spazio per il noise di matrice newyorchese di All Thoughts Thought e per l’industrial à la Al Jourgensen di A Message From The Skull Defekts. A chiudere il disco, e quasi sicuramente una carriera, The Beauty of Creation and Destruction, cinematica coda che odora di Brokeback e della scena sperimentale di Chicago.

A tredici anni dalla loro formazione, i ‘Defekts mettono la parola fine alla loro carriera siglando il loro miglior disco. Ci lasciano con ancora tantissimo da dire, sintomo di intelligenza e onestà intellettuale, cosa rara nel mondo musicale (e non) contemporaneo. Monumentali.

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