• mar
    30
    2018

Album

Sony Music Entertainment

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A conti fatti, i Vaccines della posh-issima West London hanno contratto la terribile malattia del primo disco: What Did You Expect From The Vaccines, se da una parte aveva il pregio di essere un disco fresco e diverso, capace di ringiovanire l’indie-rock chitarroso, dall’altra, in maniera quasi profetica, segnava il destino della band e ne diventava futuro termine di paragone. Non a caso, i successivi due album hanno creato forti complessi di paragone fra la critica che cercava di tirare i fili di un enorme potenziale troppo spesso (s)venduto a prezzi stracciati al pubblico generalista. Se il garage in stile Black Keys tinto di California-surf di Come Of Age toccava la posizione numero uno nelle classifiche di vendita britanniche e le quantomeno dubbie sperimentazioni synth (?) garantivano a English Graffiti la seconda posizione, potenti interrogativi sorgevano sull’effettiva urgenza di una band-surrogato come i Vaccines. Young e compagni, nel giro di pochi anni, si sono trovati nell’occhio del ciclone non solo per quanto riguarda le aspettative, ma anche perché una forte scena di indie-band chitarristiche stava emergendo (Palma Violet, Catfish And The Bottlemen, Slaves, Circa Waves, Peace, Swim Deep).

A sette anni di distanza dall’esordio, i Vaccines non vogliono più essere una indie-band qualsiasi. Vogliono essere una rock band e, per farlo, sono dovuti passare dalla fama e dalle sperimentazioni. Il problema è che il nuovo disco, Combat Sports, suona esattamente come un disco di una indie band qualsiasi. Il lavoro che doveva cucirgli addosso un’identità definitiva suona invece come l’ennesimo episodio innocuo, di quelli che, suonati in qualsiasi festa, sono abbastanza rumorosi da tenere alto il morale, ma abbastanza anonimi da non essere nemmeno notati.

Eppure, il processo che li ha portati a questo 2018 sembrava essere di definitiva riforma: nel 2016 il batterista Pete Robertson ha lasciato in favore di Yoann Intoni, e Timothy Lamhan, già tastieriesta-turnista affermato, è entrato ufficialmente in line up. Il risultato si traduce in un dimenticare i trascorsi e ricominciare da zero, da un ritorno alle origini pungente e beffardo. Put It On a T-Shirt, in quest’ottica, è un’ottima opener che non sfigurerebbe in Come Of Age e, con i suoi riferimenti ai girl group anni Sessanta, suona effervescente e necessaria. Surfing In The Sky li vede rimettere mano ai dischi dei Beach Boys, pilotati ad altissima velocità e dal lato sbagliato della strada; Nightclub è una nevrotica e sociopatica cavalcata rock a metà strada fra Kaiser Chiefs e Kasabian; i singoli I Can’t Quit Something To Lose se, da una parte, hanno la strada spianata verso la popolarità radiofonica, dall’altra, sono l’epitome del problema Vaccines: suonano un po’ peggio dello stesso pezzo dei Wombats che suona un po’ peggio dello stesso pezzo degli Strokes. Per chiudere la disanima: Your Love Is My Favourite Band e Maybe, che parrebbero leggermente fuori contesto, potrebbero invece rappresentare la nuova deriva dei Vaccines (quella che poi è propria di un’altra band londinese, i Bastille): abbandonare una volta per tutte velleità rock and roll e cimentarsi coi singoloni radio-oriented a uso e consumo del dancefloor remix.

Forse è in quest’ultima ottica che dobbiamo cominciare a relazionarci ai Vaccines, una band estremamente capace di infilzare hit che hanno vita facile fra un pubblico non troppo esigente, il cui punto di riferimento massimo sono i Killers o i Coldplay. Nulla di male, intendiamoci, ma la band ha (aveva?) modo di giocarsela in campionati ben più intelligenti, ad esempio in quello di freschissimi complessi di guitar pop come Goat Girl, SORRY e Shame e, di conseguenza, rappresentare la punta di diamante di una certa scena. Si limita invece a fare (molto bene) i compiti indie-rock e a consegnarci un altro album (troppo) facile da digerire.

30 Marzo 2018
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