Recensioni

Nonostante il progetto The Weeknd sia in giro solamente da un paio d’anni, e questo rappresenti appena il debutto su scala major, la formula R’n’B retro-futurista proposta da Abel Tesfaye sta già correndo il rischio di finire nel tritacarne. E non per dire che questo album sia un buco nell’acqua per il producer canadese, anzi. Kiss Land è ancora pieno di tutti quegli elementi che ci hanno fatto innamorare dei primi tre mixtape di Abel – raccolti poi in Trilogy lo scorso anno – ma in questo nuovo lavoro si fatica a trovare la progressione che era invece lecita aspettarsi, visti i capitoli trascorsi.
Ci troviamo più che altro di fronte ad una riproposizione, tematica e stilistica, di quanto fatto finora, feat con Drake compresi. Se due anni fa Abel era avvolto nel mistero e si muoveva a piacimento tra le ombre del web, The Weeknd oggi ha un volto con cui fare i conti, ed il salto di Tesfaye nel mainstream sembra quantomeno riluttante. Passata per forza di cose la sbornia da culto per i primi mixtape, adesso è arrivato il momento di diventare grandi. Lui non sembra invece il tipo disposto a scende a compromessi, ama giocare da solo, e questo disco lo riconferma come l’animale strano dell’R’n’B.
L’amore come commercio, dettagliato come una transazione e immerso in una realtà lussuriosa e disperata; questa la spirale tematica – già ampiamente trattata nei lavori precedenti – da cui Abel non sembra volersi allontanare. La produzione dal canto suo non delude ed è ricca di elementi, pur rimanendo oscura e tenebrosa, con tinte industrial, tanto soul e chitarre languide che richiamano le chart 80’s, simili a quelle usate da Twin Shadow nel suo Confess. I suoni, seppur narcotici, non mollano la presa neanche nei pezzi con un minutaggio elevato, con transizioni strumentali quasi atmosferiche (Professional), oppure passaggi senza soluzione di continuità tra un pezzo e l’altro, che rendono Kiss Land un (quasi)concept davvero solido. Forse troppo.
“I’m not a fool, I just like that you’re dead inside/I’m not a fool, I’m just lifeless too” canta Abel in Belong To The World, il perno centrale di un disco intriso di desolazione – sopratutto emozionale – reso vivido da testi molto grafici, spesso spinti all’eccesso. Ma Tesfaye non è certo la prima popstar a fare leva su certi temi per catturare l’attenzione, tutti i suoi illustri predecessori, tra cui l’idolo Micheal Jackson, hanno ampiamente cavalcato l’onda. Il vero problema di questo disco sembra risiedere nell’insistenza e nel modo in cui Abel presenta le sue storie, una carrellata di situazioni erotiche al limite dello stucchevole, che sul finire del disco rischiano seriamente di disinteressare anche l’ascoltatore più morboso. Invece che entrare nel suo mondo, ci si ritrova spesso a guardare da fuori una vetrina, un voyeurismo che sa di scabroso, scene a cui non avremmo voluto assistere.
Live For con Drake è quasi una riscrittura di Crew Love, con poche variazioni sul tema, mentre Wanderlust gioca a nascondino riadattando la pop-wave anni Ottanta, con risultati anche discreti. E se Adaptation usa un sample dei Police, il cerchio sembra chiudersi attorno al personaggio The Weeknd, intrappolato tra calde nostalgie strumentali e raffinati sintetismi moderni, mai appagato né dagli uni, né dagli altri. Appurato il suo talento nel produrre suoni che rievocano vividamente un immaginario notturno e disinibito, resta da verificare quanto veramente Abel sappia essere un songwriter abile a smarcarsi da certi clichè da badboy maledetto, ruolo che fin troppo accuratamente si è voluto ritagliare in Kiss Land.
Se da una parte l’identità e il suono ormai riconoscibile di The Weeknd non sembrano stati compromessi nel passaggio alla Republic, è forse l’ambizione del progetto ad essersi arrestata, rischiando di deludere tutti coloro che in The Weeknd hanno deciso di investire, se non soldi, almeno sentimenti.
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