• Set
    12
    2014

Album

Suicide Squeeze Records

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Post rock. Ogni volta che si mette su un disco vagamente post rock (o anche pienamente post rock), piomba sempre al centro del cervello la medesima domanda: ha ancora senso, oggi? Si rischia, come per molti altri sottogeneri del rock e di molte altre discipline, di scivolare nella speculazione sterile, con il risultato che nulla ha senso quindi tutto ha motivo di esistere. Perché però col post rock questo discorso è più pronunciato? Come mai si vedeva in esso – in modo grossolano – la fine di tutto quel che c’era stato prima? Perché la sua fiamma è durata poco, alimentata da un lato da alcuni discreti se non ottimi risultati artistici e, dall’altro, da una critica che aveva bisogno, per semplicità di comunicazione, di un nuovo genere?

È questo il contesto – fatto più di domande che di fondamenta solide – dal quale spunta in rilievo il nuovo disco dei This Will Destroy You, quartetto texano qui al terzo album in studio. Sotto la supervisione di John Congleton (quest’anno, ad esempio, già a lavoro coi Cloud Nothings), la band sfodera un album che, più che sull’estetica piano-forte, sulla forza dello strumentale, sulle strutture aperte – tutte cose che ci sono, per carità –, va letto dal punto di vista emotivo, etico, interiore.

Rispetto ai compagni di merende sonore (gli stracitati Explosions In The Sky o gli Isis), i TWDY sono meno violenti a livello ritmico e chitarristico quando decidono di picchiare forte, e lo sono anche rispetto ai dischi precedenti. Risultano invece ugualmente profondi quando si tratta di cullare, che poi è un cullare minaccioso, sullo stile dei Godspeed You! Black Emperor: una madre che ti dondola mentre la casa è sotto i bombardamenti. Ok, in Another Language non ci sono umori politici o passeggiate tra i rottami della Storia, ma la tensione è presente: sembra di stare fuori dalla Storia e dentro ad un romanzo di Cormac McCarthy, davanti ad enormi albe fredde su pianure brulle.

Questi paesaggi sonici al confine tra il post rock stesso, lo shoegaze degli Slowdive e l’ambient (se togliete la batteria ad un brano come Serpent Mound, siamo lì), mostrano un sovraccarico che non vuole essere deflagrazione o sconquasso, ma estasi per riempimento. Ci sono poi episodi (vedi Dustism) in cui i movimenti potenti e tenui, più che dividersi, si compenetrano, o quelli in cui i brani riescono a trovare spunti per divincolarsi dal trascendentale e prendere una via più terrena: sono dettagli che spuntano dopo alcuni passaggi di un album che è apparentemente monolitico, ma che rispetto alle peculiarità del post rock, rispetto alle sue contorsioni e complessità, ha semplicemente il pregio della semplicità.

18 Ottobre 2014
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