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Coincidenza vuole che Tiger & Woods facciano ritorno nello stesso weekend in cui l’iconico golfista statunitense a cui devono la loro ragione sociale vinca in Georgia il primo Masters dopo ben 14 anni. On The Green, Again. Breve e scontata premessa per dire che sono dieci le candeline che Marco Passarani e Valerio Del Prete spengono con questo terzo album, A.O.D., che è tutto un ripercorrere torride estati di oltre 30 anni fa, in viaggio con lo stereo a palla diretti verso qualche discoteca del litorale romagnolo. Malinconia condita da un sottile tocco di mal de vivre, questo il mood, niente a che fare dunque con i fantasmi del futuro e compagnia UK. In entrambi i casi scorgiamo i contorni di un pre e post-rave, non fosse che nei dischi dei nostri eroi britannici si manifestano inquieti i poltergeist dell’hardcore continuum, mentre qui è forte, pungente e penetrante l’odore dell’epopea Italo-disco. Questa è Adult Oriented Dance, musica per chi in quegli anni di estasi c’era e se la spassava, e ora il club lo vive in maniera diversa o, probabilmente, non lo vive più. In sintesi, con tanto di enigmatica copertina con il celebre Marabù di Cella in stato di abbandono, «a chill out album you can dance to or a dance album you can chill out to», con a corredo pure un missato a fargli da introduzione.

Nel frattempo Passarani si è divertito in solo con il più che valido W.O.W, riannodando quei fili tra la Capitale e Detroit che tanto grande fecero il Sound Of Rome, mentre oggi, assieme a Delphi, sempre di connessioni parliamo ma con l’interruttore pigiato sul Bel Paese e un savoir-fare tutto francese, nel senso che certi pezzi (The Bad Boys, 1:00 AM) non possono non suonare Daft Punk e Phoenix, e puoi anche metterci tutto l’impegno, la tecnica e l’estro del mondo. T&W ammettono di essersi stancati di essere solo quelli di Gin Nation – e via spensierati, ma non troppo, tra le colline sconfinate di questa opera tutta (o quasi) in slow tempo, che per i sample pesca a piene mani (tranne la sopracitata 1:00 AM, che è Passarani tout-court) ed esclusivamente nel prezioso archivio di un’altra leggenda romana, ovvero quel Claudio Donati che diede vita agli entusiasmanti percorsi di Full Time e Goodymusic. Certo, stavolta il campionamento non è quello tutto loop stretti e circolari, piuttosto è parte integrante di un impianto progettato su lead svagati e bassoni Italo. Roba su cui Luca Carboni avrebbe potuto cantare (Forever Summer, Kelly McGillis), se invece di fissarsi in giovane età per Battisti e De Gregori si fosse preso una sbandata per Daniele Baldelli e Beppe Loda.

Tra le nervature funk, un arpeggio a metà tra Moroder e Vangelis (The Bad Boys) che campiona When I Let You Down di M & G o le tastiere di Warning Fails che decelerano sulla Follow Me di Laura D’Angelo e La Danceterie, è lampante sia quanto Passarani e Delphi conoscano bene questa materia, sia l’attenzione riservata a tempi, strategie e tecniche da studio che, alla fine della giostra, fanno la differenza. Poi è un gioco, chiaro, e per divertire deve durare poco. Anzi, il giusto.

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