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7.4

Ci sono voluti cinque dischi e il superamento della psicologica soglia dei cinquanta, perché il leader dei Charlatans pubblicasse quello che si può considerare un album solista propriamente detto. Il primo, vero e proprio side project rispetto alla band, è stato  I Believe (2003), tra Wondelrand e Up At The Lake, seguito da collaborazioni: Oh No I Love You con Kurt Wagner (Lambchop), Same Language, Different Worlds con il compositore Peter Gordon e As I Was Now come una sorta di “band dei sogni” con Debbie Googe dei My Bloody Valentine e Josh Hayward (Horrors, Primal Scream).

Un network di relazioni musicali espanso e aggrovigliato, che si riflette anche nella altre attività di Burgess. A cominciare da quella di proprietario di un’etichetta (O Genesis) attraverso la quale “scambia” pubblicazioni con altri musicisti, concede brani dei Charlatans per i remix, ne fa un piccolo atlante dei suoi gusti musicali. Quello grande, di atlante, è concentrato nell’hastag #timstwitterlisteningparty, oramai uno dei punti di riferimento UK. Ah, non dimentichiamo anche i tre memoir pubblicati con discreto successo di critica e pubblico. Tutto questo lungo riassunto per dire che Burgess, sotto il suo caschetto biondo, non sta fermo un minuto, e forse rappresenta uno dei più fulgidi esempi della sua generazione di come si possa capitalizzare la propria fama musicale diventando in tutto e per tutto una (minor) celebrity.

Attività senza tregua, per fortuna, che non intaccano la sua vena compositiva. Anzi, queste nuove 12 tracce sembrano alcune delle più fresche perle pop che abbia scritto da un lungo periodo a questa parte. C’è l’incrocio – dichiarato – tra Paul McCartney di RAM e il Brian Eno di Taking Tiger Mountain (By Strategy), ma c’è una varietà di altri ingredienti che danno un calore, come la produzione che sa di Seventies, e uno slancio “ottimistico” all’intero album in una vaga controtendenza in questi tempi di generale cupezza e pessimismo, soprattutto per il settore musicale, che forse soffre più di altri per la crisi sanitaria globale e il cambiamento radicale di abitudini di consumo delle nuove generazioni.

Per I Love The New Sky, composto in ritiro nella campagna nei dintorni di Norfolk, Burgess mantiene il controllo compositivo, ma mette insieme una band di tutto rispetto: Mark Collins dei Charlatans alla chitarra, Nick Void (ai modulari), Thighpaulsandra (collaboratore di Julian Cope, Spiritualized, Coil), il poliedrico Daniel O’Sullivan proveniente dai Grumbling Fur che suona batteria e pianoforte, oltre a co-produrre. Il programma si apre con una quasi-Boys-Don’t-Cry, Empathy for the Devil (sì, sì: se ci fate caso, c’è anche un’eco rollingstoniana non solo nel titolo), per proseguire con il chamber pop West Coast (Sweetheart Mercury, Lucky Creatures), echi Sparks (Comme d’habitude) e Velvet Underground (Timothy), la fantasmagoria Grandaddy (Warhol Me, che può contare anche su uno sviluppo del guitar-sound molto Heroes, tanto per dire che i riferimenti tra il ’72/’73 e il ’77/’78 abbondano), l’ironica The Mall (che in un cortocircuito tra mondi tanto diversi, sarebbe interessante accostare a quella Margaritas at the Mall che il compianto David Berman ha lasciato nel suo commiato musicale: simili ironie tra personaggi che si atteggiano bevendo cocktail al centro commerciale e il distico «you can’t win them all / but you can if you’re at the mall»), la Nilsson-iana Sweet Old Sorry Me che rivanga la vita di Burgess a Los Angeles, con in fantasmi di celluloide di Hollywood.

Terminato il programma, e con ripetuti ascolti, si rimane profondamente colpiti dalla capacità compositiva di Burgess, ancora fresco e vitale, capace di inanellare le proprie idiosincrasie, le proprie manie musicali (e non solo) in una collana di perle perfette per chi ama il pop, soprattutto quello arguto di marca anglosassone. Rimane però aperta una domanda, sulla capacità di questo modus operandi di uscire da una cerchia ben definita, e in definitiva non più così numericamente rilevante come durante gli anni Novanta degli esordi dei Charlatans. Per certi versi la parabola di Burgess ricorda un altro genietto della canzone pop, Neil Hannon, che con i suoi Divine Comedy, negli anni d’oro contendeva a Oasis Blur la scena e oggi luminosamente asserragliato nella sua Belfast, da dove periodicamente lancia i propri dispacci sarcastici sulla società. C’è da dire che per il gusto di Burgess, come per quello di Hannon (anello di congiunzione? Harry Nilsson), i tempi sono cambiati profondamente: altro è il tipo di pop che oggi ha preso il posto nelle classifiche e nella società rispetto a un ventennio, un quindicennio fa.

Rimane una calligrafia eccellente, un godimento che lo stesso Burgess ha dichiarato essere nato in pochi giorni di ritiro nella campagna del Norfolk: una chitarra acustica è stata sufficiente per agglutinare gli stimoli e le idee raccolte con la sua larghissima rete. In fondo, come dice lui, «ideas happen fast, don’t they?». Oh yes.

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