• Set
    28
    2018

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Kranky

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Due anni fa lo avevamo lasciato alle prese con un lavoro che si serviva di un coro e di differenti modalità compositive. Tim Hecker si era allontanato da quella che ironicamente lui stesso definiva come “fake church music” e quel disco, Love Streams, come il precedente Virgins, era stato registrato per buona parte ai Greenhouse Studios di Reykjavik con l’ausilio di Ben Frost e Kara-Lis Coverdale, avvalendosi del contributo del compianto Johann Johannsson. Quest’ultimo si era occupato di condurre e arrangiare le voci dell’Icelandic Choir Ensemble sulla base delle note pentagrammatiche prodotte da un software (il Melodyne) a cui erano state date in pasto non ben identificate musiche per coro del ‘500. Un procedimento che ci è noto giusto per seduzione: quel che conta è che parliamo di sonorità celestiali, pagane, arcaiche, retrofuturisticamente cageiane, masse sonore non congegnate per stupire, proprio come la musica religiosa del secolo a cui facevano riferimento, stratificazioni di scarti digitali, disassemblati, separati e ricomposti in chissà che modi, che procedevano in una direzione nuova rispetto al cattedratico Ravedeath, 1972. Erano anche musiche concettualmente medioevali da applicare, se avessimo voluto, al nostro attuale Medioevo (digitale), e su questa fascinazione abbiamo ascoltato in seguito Daniel Lopatin / Onehotrix Point Never in due album – Age Of e Garden Of Delete – di folk pensato per nativi di internet, dalla porta, o sarebbe meglio dire dalla cabina del telefono, del clavicembalo MIDI, ovvero la versione asettica di uno stereotipico strumento che ha coperto tre secoli di storia musicale occidentale (‘500-‘600-‘700).

Lopatin e Hecker hanno collaborato in passato nell’album Instrumental Tourist, che qui torna utile nelle sue esplorazioni più scarne, sepolcrali, finanche blue (oltremare), proprio come il pantone prediletto da Frost nella sua ultima prova, come è indubbio che il processo sottrattivo dei suoi ultimi dischi sia abbinato al recupero di tradizioni lontane proprio come ha fatto l’amico statunitense. Da queste parti troviamo un ensemble camuffata, il Tokyo Gakuso, musicisti dediti ad una forma di musica classica giapponese (il gaguku), come dire che il paganesimo “sulle ceneri di una chiesa bruciata” è stato sostituito dall’equivalente tempio per la meditazione zen. Insomma cara specie umana, occidentale o orientale che tu sia: il tempo è finito, la tecnica ti ha portato alla catastrofe.

Osservandola in questo modo, ancora una volta nella musica di Hecker, dell’uomo e della civiltà non è rimasta che una labile traccia sotto forma di manufatti musicali oppure pentagrammi di quelli riprodotti da una macchina sul punto di spegnersi. Abbiamo più volte sottolineato quanto gli ultimi dischi del canadese, così come di Frost e Lopatin, suonino come requiem di un mondo che non è soltanto post-internet ma possiamo ora spingerci a definirlo post-antropocene, nel senso che ciò che l’uomo ha modificato irreparabilmente sulla Terra è stato a sua volta riplasmato e riconfigurato da oscure forze cosmiche, e queste musiche ne sono il field recording. In una delle tracce più rappresentative del lavoro, la prismatica Keyed Out, Hecker specifica: «Ho voluto resistere alla tentazione di sovraccaricare la musica con strati e strati di textutre super editate, come se queste conferissero al risultato finale una sua completezza… …il pezzo inscena una solitaria linea di synth che va progressivamente deteriorandosi suonata accanto ad un piccolo ensemble musicale in quello che era un fresco mattino di novembre». Anche qui tutto si traduce in fendenti siderali, luminescenze, il digitale e l’organico a collidere su riflessi di umanità, il nastro che si deteriora di basinskiana memoria.

Anche Konoyo è basato su una narrazione mai svelata, se non per dettagli di cornice, anzi, di spazio negativo, come ci suggerisce la press («il disco è ispirato da numerosi viaggi in Giappone e da conversazioni del musicista con un amico ora scomparso a proposito dello spazio negativo»). Poi c’è questo tono tra il bluastro e il cremisi a dominare fin dall’iniziale This Life, che suona un po’ come la vita che esala l’ultimo respiro in mezzo a un mulinello di grosse correnti magmatiche che, come descriverebbe Lovecraft (citando il Leopardi nazionale), rimangono indifferenti, proseguono indefinitamente secondo logiche imperscrutabili. Ma anche In Death Valley, dove il tratto nipponico emerge appena in superficie, subito risucchiato da fendenti ad anello. L’iridescenza dell’ametista come rimasuglio di mitologie lontane, il potente che nell’antichità la intingeva nei calici, scomparso nel menefreghismo più cosmico.

Poi ci sono cose ancor più minimali che si interfacciano a fascinazioni di colore e luce (Is A Rose Petal Of The Dying Crimson Light) o, al contrario, requiem per il concetto stesso di Terra Madre con filamenti di desolata melodia a guidare l’ascolto e l’aggiunta in seguito di un tocco drammaturgia cameristica a inframezzarsi o a far da intruso dietro a una porta. Come dire, il romanticismo è il canto di una sirena lontana senza marinai che la possano sentire. Stiamo parlando di In Mother Earth Phase, che è forse il pezzo più articolato e “classico” che l’Hecker compositore abbia mai prodotto. Il culmine di un trittico di lavori.

Konoyo non sarà l’ennesimo capolavoro del buon Tim Hecker ma rappresenta la riprova del perché gente come Ben Frost lo reputi il genio illuminato di tutta una combriccola di musicisti del nostro tempo. E ha indubbiamente ragione.

26 Settembre 2018
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