• Gen
    25
    2019

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Drag City

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«I had an illuminating moment where I looked at the Golden Gate Bridge, and saw it as if it was the first time I had ever seen it. In years previous, I suppose I’d taken it all for granted». In una recente intervista a Noisey, Tim Presley catalizzava in questa immagine il suo ritorno a San Francisco dopo dieci anni vissuti a Los Angeles. Un ritorno fisico, materiale ma anche profondamente simbolico e spirituale, un vero spartiacque tra gli ultimi lavori targati White Fence e un nuovo corso.

In I have to feed Larry’s Hawk succede qualcosa di inaspettato, moniker (sebbene ad esso venga per la prima volta integrato anche il vero nome) e attitudine da alfiere psichedelico britannico restano intatte ma si schiude lentamente l’anima più intima e riflessiva dell’artista statunitense. Se For the recently found innocence e Joy (in tandem con il solito Ty Segall) negli ultimi quattro anni ci avevano restituito un Presley sempre meno lo-fi e al massimo della rielaborazione personale della festa psych, è ora tempo di tirare i remi in barca cercando di scavare più a fondo e afferrare nuove consapevolezze. Partendo dalla fine, l’accoppiata Harm Reduction (un modello di rehab volto alla riduzione dello stress al quale Presley si è sottoposto a Los Angeles) è un invito alla meditazione su reiterazioni ipnotiche di synth e prova incontrovertibile del desiderio di autoregolazione e introspezione, seppur mai ponderosa o inaccessibile, del nuovo e zazzeruto Presley. Sì, perché i capelli lunghi si configurano quasi come una metafora del fluire delle nostre esistenze nutrite incessantemente, come si farebbe con un falco (o un demone) sulla spalla: la title track di ispirazione barrettiana è la summa di questo pensiero.

Non è quindi un caso che I have to feed Larry’s Hawk nasca e si sviluppi a Staveley, nella campagna del nord dell’Inghilterra, lontano dalle tentazioni e dal caos di Los Angeles e insieme a Cate Le Bon, e si chiuda a San Francisco con Jeremy Harris (al piano, strumento fondamentale di quest’album), Dylan Hadley e H. Hawkline (voce e chitarra in Phone) ad arricchire il pacchetto. La contaminazione bucolica e il raggiungimento di un certo equilibrio mentale attraverso i brani sono i tratti distintivi del sound dell’intero album: dalla complessa tessitura di Lorelai si passa al garage di Neighborhood Light, così come il raccoglimento di I can dream you sorregge l’andatura sghemba di Until you walk. Strade diverse che, in maniera non sempre lineare, riescono a sorreggere dignitosamente un lavoro carico di aspettative e, soprattutto, a far emergere la personalità complessa di Presley, non più nascosta dietro ai vari Kinks, Byrds o Zombies ma finalmente afferrabile. Il risultato è un disco meno immediato dei precedenti e che, nonostante proceda per sottrazioni, risulta gustosamente complesso e aperto. Forse non il migliore, ma senza dubbio il più complesso di White Fence da molto tempo a questa parte.

24 Gennaio 2019
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